CORDELIA.
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NEL REGNO DELLE FATE.
Fiabe.
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1911. Fratelli Treves Editori, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
             Fondazione Ezio Galiano onlus
                http:\\www.galiano.it
       ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da Catia Righi per il Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
                http://www.liberliber.it/
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Presentazione.
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In queste fiabe compaiono, come  facile immaginare, principi e principesse, fate e orchi, animali parlanti, fanciulli coraggiosi e fanciulle modeste, a cui arrider una sorte fortunata dopo molte peripezie.
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L'AUTRICE.
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Virginia Tedeschi-Treves, nota anche con lo pseudonimo di Cordelia (Verona, 22 marzo 1849  Milano, 7 luglio 1916),  stata una scrittrice italiana.
Dopo il matrimonio nel 1870 con Giuseppe Treves, coproprietario col fratello Emilio della casa editrice Fratelli Treves, fu presidentessa del Comitato lombardo pro suffragio femminile, cofondatrice del Lyceum di Milano, contemporanea di Ibsen, di Flaubert, di Zola, Dostoevskij; nel suo salotto letterario accolse i massimi autori e intellettuali del tempo, da Verga a D'Annunzio, da Carducci a Freud.  stata fra le prime donne a parlare di divorzio, di Psicanalisi, di diritto all'istruzione; nel 1916 scrisse il manifesto del femminismo tricolore. Contemporaneamente inizi una fortunata carriera di scrittrice per "signore" e bambini con lo pseudonimo di "Cordelia" e di direttrice di riviste di moda.
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INDICE.
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LUCCELLINO AZZURRO	
LISOLA INCANTATA.	
LA FATA MERLIGA. 	
ROSPINO.	
IL FIGLIO DEL RE.	
GIANFORTE.
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Fine Indice.
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LUCCELLINO AZZURRO.
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Cera una volta, nel Regno del Ghiaccio, un re e una regina, i quali non potevano darsi pace vedendo che la loro unica figlia, la principessa Rosalinda, era malinconica e piangeva sempre. Prima pensarono che avesse una malattia, e chiamarono a consulto i migliori medici del regno, ma dissero che la principessa era sana e non seppero suggerire alcun rimedio. Il re e la regina erano desolati.
La principessa stava sempre chiusa nella sua camera, avvolta in una immensa pelliccia e guardava fuori dalla finestra come se aspettasse qualcuno. Il Regno del Ghiaccio non era punto allegro; si vedevano soltanto case di neve, montagne di ghiaccio, uomini impellicciati che correvano dal freddo, orsi bianchi, foche ed altre simili bestie.
Ma la principessa seguitava a guardar fuori cogli occhi lagrimosi.
Chi aspetti? diceva il re.
Aspetto un raggio di sole, rispondeva la principessa.
Ma il raggio di sole non si mostrava e la principessa piangeva, piangeva tanto che faceva pena.
Un giorno era pi malinconica del solito e continuava a guardar fuori dalla finestra. Infuriava un vento impetuoso che portava intorno turbini di neve; tuttad un tratto la principessa ode un lamento, apre la finestra e una raffica di vento porta nella stanza un uccelletto intirizzito e quasi morto dal freddo. Quelluccelletto era bello bello, colle penne azzurre come in quel paese non ne avevano nemmeno unidea. La principessa nebbe compassione, lo prese e se lo mise in seno per riscaldarlo.
Uccellino, belluccellino,
Da dove vieni, cos bellino?
disse la principessa mentre lo accarezzava colle sue manine bianche come la neve.
Piripip, dal paese del sole,
Dove fioriscono e rose e viole,
rispose luccellino; e la principessa nelludir nominare il paese del sole, quello che vedeva sempre nei suoi sogni, sent il cuore darle un balzo, prese a volere un gran bene a quelluccellino e volle che le raccontasse le meraviglie del suo paese.
Egli allora cominci a raccontarle tante belle cose, ed essa stava ad ascoltarlo a bocca aperta, come voi, miei piccini, quando vi racconto delle fiabe.
Intanto luccellino azzurro narrava come nel suo paese ci fossero degli alberi fioriti, dei boschetti verdi, degli uccelletti dalle penne rosse, verdi, azzurre, che cantavano allegramente, e poi tante altre meraviglie, e come fosse tutto illuminato dal sole coi raggi doro che metteva in cuore lallegria.
La principessa volle che luccellino le cantasse una canzone, ma egli in quel regno triste non sapeva cantar altro che
Piripip, fanciulla cortese,
Fammi tornare al mio paese,
Dove fioriscono e rose e viole,
Fammi tornare al paese del sole.
Un giorno, la principessa gli domand notizie del re e della regina del suo paese.
E luccellino, che non desiderava di meglio, le raccont che il re era cattivo, a segno che un giorno mont sulle furie e uccise la regina, poi tormentava sempre il principe Leone suo figlio, perch gli volea far sposare la principessa delle tigri, ed egli non la voleva.
E dimmi:  buono il principe Leone? chiese la principessa Rosalinda.
 buono, generoso e bello come il sole, rispose luccellino.
Il principe Leone voglio sposarlo io, disse la principessa.
Luccellino alludire quelle parole si mise a saltare dalla gioia, e da quel momento non fece altro che parlarle del paese del sole e del principe Leone.
Un giorno la principessina Rosalinda disse al padre: Hai voglia di vedermi allegra?
Darei la mia vita per questo, rispose il re.
Ebbene lasciami sposare il principe Leone.
Visto che il principe Leone era di sangue reale, il re non aveva nulla in contrario; soltanto non sapeva come andrebbe dal principe Leone per proporgli la sua figlia in isposa.
O mi sposi col principe Leone o voglio morire, gli diceva sempre la principessa Rosalinda.
Il re allora, per consolarla, pens di mandare un messo al paese del sole.
Il messo part con una numerosa scorta, e la principessa era impaziente che ritornasse colla risposta.
Quanto tempo ci vorr? chiedeva al suo uccellino.
Se passa un anno, un mese, un giorno, e il messo non ritorna, vuol dire che non ritorna pi, rispondeva luccellino.
Pass un anno, un mese, un giorno, e il messo non si vide ritornare.
Rinuncia a questo matrimonio, disse il re alla principessa.
O sposo il principe Leone, o voglio morire.
Il re mand un altro messo al paese del sole.
Pass un altro anno, un altro mese, un altro giorno, e il messo non ritorn.
Rinuncia a questo matrimonio, disse di nuovo il re alla figlia.
O sposo il principe Leone, o voglio morire; rispose la principessa.
Il re decise di mandare un terzo messo, ma questa volta volle andare con tutto il suo seguito sulla torre pi alta del regno e coi canocchiali lunghi un miglio seguire il messo e vedere ci che gli accadeva per via.
Anche la principessa volle andare colle sue damigelle in cima alla torre per vedere coi canocchiali se poteva scoprire ci che accadeva ai messi che mandava nel paese del sole.
Quando il messo fu spedito colla relativa scorta, andarono tutti sopra la torre e simpellicciarono ben bene per poter reggere al freddo, poi cominciarono a guardare nei canocchiali lunghi un miglio e a seguire il messo che savviava verso il Regno del Sole.
Lo videro infatti camminare, camminare, e andar lontano fin dove si scorgeva un certo chiarore che dovea essere un raggio di sole; poi ad un certo punto lo videro togliersi tutti i vestiti e lasciarli per via, e listessa cosa fare gli uomini della scorta. Pareva che avessero molto caldo, perch andavano avanti a stento.
Quando furono pi innanzi, proprio nel paese del sole, rimasero dolorosamente sorpresi, perch videro il messo e la scorta dileguarsi tutti, salire in cielo come un gran fumo e perdersi fra le nuvole.
Il caldo li ha liquefatti, dissero i saggi del regno.
Il Regno del Sole  per noi inaccessibile, soggiunsero gli altri, siamo di gelo, e quando ci si arriva, ci dileguiamo, e di noi non resta pi nulla.
Ora ti sarai persuasa, disse il re alla figliuola, che devi rinunciare a questo matrimonio.
Se nessuno ha coraggio dandare nel Regno del Sole, ci andr io, disse la principessa.
E se svapori come i messi che abbiamo mandato?
 meglio la morte che vivere sempre in mezzo a questo gelo.
Il re e la regina piangevano allidea che la principessa Rosalinda volesse andare nel Regno del Sole a trovare una morte certa, e cercavano di persuaderla a rimanere nel suo paese; ma essa, quando avea detto una cosa, non si lasciava pi smuovere, dovea esser quella, e cominci a fare i preparativi per la partenza.
Ti aiuter io, le diceva luccellino azzurro, e vedrai che ti far entrare salva nel Regno del Sole.
E saltava, e cantava dalla gioia al pensiero di riveder presto il suo paese.
Il re e la regina piansero tanto allidea di staccarsi dalla loro figlia che le lagrime si erano gelate sulla loro faccia, e parevano due statue di ghiaccio.
La principessa volea col suo fiato far disciogliere quelle lagrime, ma luccellino azzurro le disse:
Lascia stare, ora sono due statue e non sentono nulla, e non soffrono per la tua assenza; quando avrai sposato il principe Leone, li faremo rivivere e saranno contenti di rivederti.
La principessa, che dava sempre retta al suo uccellino, cos fece, poi si mise in viaggio colle sue damigelle e colla sua slitta tirata da due bellissimi orsi bianchi e tutta coperta di pelliccie.
Il suo amico, luccellino azzurro, lo teneva in seno, perch con quella temperatura, alla quale non era avvezzo, tremava dal freddo.
E cammina, cammina, cammina, attraversarono in silenzio tutto il Regno del Ghiaccio, perch, se avessero parlato, tutte le parole si sarebbero gelate, tanto era il freddo che faceva in quel regno, e finalmente, dopo aver camminato per un bel pezzo, videro spuntare in distanza un raggio di sole.
Quando furono ad un certo punto, la principessa disse:
Ho caldo.
Getta via le pellicce, disse luccello azzurro, il quale si sentiva tutto consolare allidea di avvicinarsi al suo paese.
La principessa gett via le pellicce ed il suo esempio fu seguito anche dalle damigelle.
Non c pi neve e la slitta non va pi, soggiunse la principessa.
Luccellino salt fuori, tocc col becco la slitta, che si trasform subito in una stupenda carrozza tirata da due bellissimi cavalli bianchi.
Ora entriamo nel Regno della Primavera, disse luccellino azzurro; posso star fuori anchio.
Si pos sulla spalla della principessa e cominci a cantare con una voce tanto soave che la principessa e tutto il suo seguito stavano ad ascoltarlo a bocca aperta.
Intanto la carrozza correva, correva in mezzo ai campi fioriti, ai boschi ombreggiati, dove una quantit duccelli di tutti i colori cantavano le pi gaie canzoni.
Quando furono ad un certo punto, la principessa disse:
Muoio dal caldo, uccellino mio.
Egli tocc subito col becco il vestito della principessa, che si cangi in un leggerissimo abito di velo.
La principessa prosegu ancora un poco la sua via, poi ricominci a dire con un fil di voce:
Muoio dal caldo, uccellino mio.
E luccellino le disse:
Staccami una penna.
La principessa ubbid e la penna delluccellino si trasform in un immenso ventaglio.
Staccamene unaltra; continu luccellino.
La principessa ubbid ancora, e la penna si cambi tosto in un immenso ombrellino che pot ripararla dai raggi del sole, insieme a tutto il suo sguito.
Poi luccellino cortese si lasci strappare le penne anche dalle damigelle della principessa, cos ognuna pot avere un bellissimo ventaglio.
Come  bello questo sito! esclam la principessa vedendo intorno a s stendersi uno splendido giardino tutto fiorito che terminava in riva ad un mare azzurro come il cielo.
Se ti piace questo luogo, puoi rimaner qui, bella principessa, le disse luccellino. Io andr intanto nel paese del sole a vedere che cosa c di nuovo e ti porter notizie del principe Leone.
Va, mio caro uccellino, ma bada di ritornar presto disse la principessa.
Sar di ritorno prima che tramonti il sole.
S dicendo, vol via verso il Regno del Sole.
La principessa, che cominciava ad abituarsi a quel tepore primaverile, volle scendere dalla carrozza per cogliere i fiori che vedeva sul suo cammino.
Cominci a coglierne, aiutata dalle damigelle, e ne colse tanti che presto la sua carrozza ne fu tutta piena.
Essa non avea mai veduto fiori cos belli ed era incantata nel contemplarli, e per odorarne il soave profumo tuffava il naso nelle rose, sincoronava di gelsomini e si copriva il vestito di violette.
Anche le sue damigelle correvano, saltavano e singhirlandavano di fiori.
Di l a poco la principessa vide venirle incontro una schiera di fanciulle tutte adorne di fiori, che le dissero:
Principessa, bella principessa, vuoi essere la nostra regina?
Ben volentieri, se il principe Leone acconsentir ad essere vostro re. Ma ditemi, care fanciulle, non avete regina nel vostro paese?
 morta da tanto tempo; ma perch abbiamo esiliate le fate dal nostro regno, esse ci condannarono a stare dieci anni senza regina. Ora dieci anni sono passati, e siamo venute ad offrirti la nostra corona.
S dicendo, le presentarono una corona di fiori.
E perch avete offerta a me la vostra corona? chiese la principessa.
Perch sei bianca come la neve, fredda come il ghiaccio e bella come il sole; e cos deve essere la nostra regina. Ora hai tempo sei mesi a deciderti se accetti la nostra offerta, altrimenti ne sceglieremo unaltra. Addio, bella principessa.
E si dileguarono per la campagna, ballando e cantando allegramente e spargendo fiori sul loro sentiero. Verso lora del tramonto, ritorn luccellino azzurro.
Uccellino, belluccellino, che notizie porti del mio principino?
Cattive notizie, principessa bella; non ha voluto sposare la principessa delle tigri, e il re, suo padre, lha fatto mettere in prigione.
La principessa divenne tutta mesta a quelle notizie.
Non temere, principessa, le disse luccellino. Ho parlato di te al principe, ed egli vuol sposarti ad ogni costo, ed ora, perch tu possa sfuggire allira del re suo padre, che ti ucciderebbe se ti sapesse ai confini del suo regno, mha raccomandato di metterti sotto la protezione della sua madrina, la fata del mare.
Far la volont del mio principe, rispose la principessa; basta che tu non lo abbandoni.
Affidati a me, che non lo abbandoner; ma intanto tu va in riva al mare, e quando vedrai venire una bella fata in una conchiglia di madreperla, chiedile aiuto a nome del principe Leone e ti aiuter.
S dicendo vol via.
La principessa and col suo seguito in riva al mare, e l, seduta sopra uno scoglio, piangeva pensando alla sorte del principe Leone.
Tutta un tratto vide in distanza come uno splendore rompere le tenebre della notte, e avanzarsi lentamente una conchiglia di madreperla trascinata da due delfini e illuminata da un raggio di luna: conduceva una bella fata col vestito di aria adorno di perle, e tanto bella che pareva un occhio di sole.
Quando fu vicina alla riva, la principessa disse:
Sei tu la fata marina?
Chi mi chiama? chiese la fata.
Sono io, la principessa Rosalinda.
Chi ti manda?
Il principe Leone.
Seguimi, e ti salver.
S dicendo, la fata marina prosegu il suo viaggio.
La principessa non avea coraggio di seguirla e gettarsi in mare, perch temeva daffogare; ma ud venire dal cielo una voce che le parve quella delluccellino azzurro e le diceva:
Pio pio, fa quel che dico io.
Pina pina, segui la fata marina.
Allora si fece coraggio e si gett in mare seguita da tutte le sue damigelle.
Al primo momento le parve di perdere i sensi; non vedeva e non udiva pi nulla e si trovava come cullata dalle onde; ma quando pot finalmente aprir gli occhi, si trov nel profondo del mare, in un palazzo di cristallo, con tutto il suo seguito, seduta presso una tavola dove erano preparati dei cibi squisiti.
Intorno alla tavola giravano delle belle fanciulle coi vestiti adorni di perle e coralli, che versavano nelle coppe di madreperla dei vini eccellenti.
La principessa chiese loro notizie della fata marina, ma erano mute come i pesci e non potevano parlare, essendo anchesse figlie del mare.
La principessa era impaziente di saper qualche cosa del suo principe, e vedendo, che nessuno rispondeva alle sue domande, se ne stava in un angolo tutta malinconica, come quando era nel Regno del Ghiaccio.
Non poteva nemmeno vedere la fata marina, perch di giorno scompariva, e quando tramontava il sole girava il mare nella sua conchiglia, e sebbene passasse continuamente davanti al palazzo di cristallo, non si fermava mai e proseguiva la sua via.
Intorno al palazzo di cristallo giravano pesci di tutte le specie, ora grandi come giganti, ora piccini come formiche; qualche volta accadevano dei combattimenti nei quali i grandi mangiavano i piccoli, poi verano conchiglie, molluschi, alberi di corallo, tutto un mondo che viveva l sotto, ma la principessa non si divertiva ad assistere a quello spettacolo, perch pensava sempre al suo principe chiuso in prigione.
Un giorno ud luccellino azzurro che la chiamava.
Principessa, bella principessa!
Che notizie mi dai del principe Leone? chiese la principessa.
 ancora in prigione, ma questa notte andr a liberarlo; intanto il re delle tigri ha dichiarata la guerra al re del Regno del Sole, perch il principe Leone non ha voluto sposare la sua figliuola, e domani le tigri e i leoni usciranno a combattere.
Vieni a raccontarmi tutto quello che succede, uccellino mio, disse la principessa; non lasciarmi morire dallincertezza.
S, ma prima ti condurr il principe, perch mentre fanno i preparativi per la guerra andr a liberarlo.
Quando venne la notte luccellino and, come avea promesso, a trovare il principe Leone, col suo becco ruppe le sbarre di ferro della finestra, e fece saltare in mare il principe, il quale fu accolto dalla fata marina, e lo port nel palazzo di cristallo dove stava chiusa la principessa Rosalinda.
Il principe Leone era moro come tutti gli abitanti del Regno del Sole e quando la principessa lo vide rimase sorpresa non avendo mai veduti uomini neri e non osava avvicinarsi a lui; ma poi lo trov tanto buono e gentile che non bad pi al color della faccia e prese ad amarlo tanto che divenne subito pi allegra e contenta; soltanto sannoiava di star sempre sottacqua, e auguravasi che venisse il momento di tornar sulla terra.
Ma dovevano aspettare che terminasse la guerra col re delle tigri, altrimenti correvano rischio dessere sbranati da quegli animali feroci.
Intanto aspettavano che venisse luccellino azzurro a portar loro le notizie di ci che accadeva sulla terra.
Luccellino sera posto sullalbero pi alto per assistere al combattimento.
Prima vide venire le tigri in ordine di battaglia da una parte, e dallaltra una lunga schiera di leoni, poi li vide farsi mano mano pi vicini e saltarsi addosso con un impeto terribile che fece tremare la terra; poco dopo cominciarono a sbranarsi e a distruggersi, al punto che il sangue scorreva a torrenti e allagava tutta la campagna.
Se i leoni erano pi forti, le tigri erano pi feroci, e quel primo giorno lesito della battaglia rimase incerto.
Il principe Leone, che seppe tutto dalluccellino, non pot pi star tranquillo e volle ad ogni costo correre in aiuto di suo padre.
E se ti mette ancora in prigione? disse la principessa.
Egli non lo far, rispose il principe.  feroce, ma generoso; vedendo che vado ad aiutarlo egli mi perdoner.
Prendi almeno questa bacchettina, gli disse la fata del mare, forse potr servirti.
S dicendo gli diede una bacchettina di sale. Quando il principe si trov di nuovo sulla terra, sempre tenendo in mano la bacchettina, vide che tutte le pecore cherano sparse per i prati lo seguivano.
Voi venite al macello, disse loro.
Beeh beeh beeh,
Veniamo per te,
rispondevano in coro quelle pecore, e intanto la loro schiera si andava ingrossando.
Voi venite al macello, continuava a dire il principe.
Beeh beeh beeh,
Veniamo per te.
Ci facciamo sbranare
Per la festa del mare.
E la schiera singrossava tanto che il principe Leone pareva un pastore seguto da tutte le pecore che cerano sulla terra.
Quando giunse sul campo di battaglia le sorti pendevano ancora incerte e al suo arrivo si fece un po di scompiglio fra le schiere dei combattenti. I leoni diedero unocchiata a tutte quelle pecore, ma non si mossero; le tigri invece, ingorde di carne di pecora, abbandonarono il combattimento e cominciarono a menar strage in mezzo al mucchio di pecore.
I leoni colsero prontamente quelloccasione per andare addosso alle tigri con maggior forza, le sbranarono tutte ed ebbero vittoria completa.
Il re del Regno del Sole quando saccorse chera stato il figlio a portargli quellaiuto inaspettato, gli corse incontro, gli gett le braccia al collo e gli disse:
Ora che mi hai fatto vincere la battaglia, domanda la grazia che vuoi; fosse pure il mio regno, ti giuro che lavrai.
Voglio sposare la principessa Rosalinda, disse il principe Leone.
Sia fatta la tua volont, rispose il re.
E ordin che si allestisse il pi splendido carro trionfale tirato da quattro leoni per andar a prendere la principessa Rosalinda.
La principessa era stata avvertita di tutto dalluccellino ed aspettava il re seduta sopra uno scoglio circondata da tutto il suo sguito.
Il re rimase abbagliato dalla bellezza della principessa e le disse inchinandosi:
Sarai la perla del mio regno.
Ma essa rispose ringraziando, e disse che preferiva accettare la corona che erale stata offerta nel Regno della Primavera, perch non avrebbe potuto sopportare il caldo del Regno del Sole.
Sia fatta la tua volont, disse il re; vuol dire che vivremo da buoni vicini.
E mand dei messaggi perch nel Regno della Primavera facessero i preparativi per ricevere il loro re e la loro regina.
La principessa Rosalinda volle per andar prima a prendere i suoi genitori che aveva lasciati cambiati in due statue di ghiaccio; e quando li ebbe portati nel Regno della Primavera il ghiaccio si disciolse come per incanto e si trovarono in un palazzo fiorito accanto alla loro figliuola che avevano creduta morta; e si misero a ballare dalla gioia.
Nel medesimo tempo nel Regno della Primavera si fecero splendide feste per le nozze del principe Leone e della principessa Rosalinda e per la loro incoronazione.
Dove passavano era una pioggia di fiori, da per tutto archi trionfali e cori duccelletti che cantavano
Pina pina pina,
Evviva la nostra regina!
e di pecore che belavano
Beeh beeh beeh,
Evviva il nostro re!
Ci furono poi pranzi, feste e cene dove tutti mangiarono a crepapelle. Finite le feste, il Re del Sole ritorn alla sua Reggia, e cos fecero il re e la regina del Regno del Ghiaccio, e i due sposi restarono nel Regno della Primavera, allegri e contenti, e noi ci lasciarono a bocca asciutta a leccarci i denti.
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LISOLA INCANTATA.
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In un tempo molto lontano viveva un uomo tanto povero che non aveva nemmeno un tozzo di pane da dar da mangiare ai suoi due figliuoli: Bruno e Biancolino.
Una notte non aveva trovato nulla in casa ed era andato a letto senza cena, ma non dormiva, pensando che il giorno appresso in causa dei figliuoli ai quali doveva badare, non poteva nemmeno cercarsi lavoro per guadagnar qualche cosa, prese la risoluzione di condurli lontano in un bosco e abbandonarli alla loro sorte.
Forse qualche buona fata, vedendoli soli, avr compassione di loro.,, pens il povero uomo; in ogni modo con me morrebbero certo;  meglio tentare la sorte.
Appena giunta lalba, disse ai figliuoli:
Presto alzatevi che dobbiamo andare a passeggio.
Essi si vestirono tutti contenti e se nandarono col loro babbo, che li prese per mano e li condusse lontano lontano finch trov un bosco tanto fitto dove non entrava un raggio di sole.
Quando fu in mezzo al bosco disse ai figliuoli:
Mi pare che dovete esser stanchi.
S, babbo. risposero Bruno e Biancolino.
Ebbene, mettiamoci ora a dormire sullerba: quando ci saremo riposati continueremo la nostra strada.
Cos fecero: ma appena i fanciulli furono addormentati, egli salz pian piano e and a cercarsi lavoro, abbandonando i suoi figliuoli, senza voltarsi indietro e senza versare una lagrima.
Gi, tanto con me morivano certo,, disse, e prosegu la sua via, non pensando pi ai figli che lasciava soli e abbandonati.
Quando si svegliarono e si trovarono soli in mezzo a quel bosco che si faceva sempre pi buio, e per giunta avevano tanta fame che avrebbero divorato i sassi, cominciarono a piangere, a gridare, a chiamar il loro babbo. Nessuno rispondeva.
Non vedendo anima viva che venisse ad aiutarli, tremavano per la paura desser mangiati dal lupo, e dalla disperazione si misero a correre per uscire presto da quel bosco buio buio.
Serano presi per mano per non perdersi, e cammina, cammina, cammina, il bosco si faceva sempre pi buio, pi intricato e non era loro possibile di trovare unuscita.
Ad un tratto nel silenzio della sera udirono una vocina che si lamentava e diceva:
Aita! Aita!
Chi salva la mia vita?
Chi sei? chiesero i due fanciulli.
E la vocina seguitava:
Aita! Aita!
Chi salva la mia vita?
Ma essi non potevano capire da che parte venisse quella vocina piccina piccina.
Aguzzarono lo sguardo e non videro in quel bosco altri esseri viventi che una mosca inceppata in una ragnatela.
Non pu essere che la mosca, dissero.
E colle loro manine squarciarono la ragnatela e liberarono la mosca.
Grazie, disse la mosca appena fu libera; voglio ricompensarvi della vostra buona azione, e perci vi avverto che  pericoloso camminare di notte in questo bosco dove possono capitarvi i lupi da un momento allaltro. Date retta a me e camminate sempre avanti finch trovate una casa rischiarata da un lumicino: picchiate alla porta e dite che siete mandati dal moscerino, e la porta saprir.
S dicendo il moscerino vol via e i due fanciulli rimasero colla bocca aperta credendo daver sognato.
Andiamo, disse Bruno, ho paura dei lupi.
Speriamo di trovare il lumicino, soggiunse Biancolino.
E cammina cammina, il bosco si faceva sempre pi buio, ma il lumicino non compariva.
Bruno era stanco e non poteva pi reggersi in piedi.
Biancolino aveva fame, ma la paura dei lupi lo faceva correre e andare avanti.
Finalmente videro come una stella risplendere fra le piante.
Deve essere il lumicino, dissero quei fanciulli. E savviarono verso il luogo dove vedevano risplendere quella fiammella.
E cammina cammina, si trovarono davanti alla casa nella quale ardeva il lumicino.
Si fecero coraggio e picchiarono.
Chi ? domand una voce.
Siamo Bruno e Biancolino mandati dal moscerino.
La porta saperse come per incanto e si trovarono in un salotto bene illuminato e riscaldato, colla tavola nel mezzo preparata per due persone, dove era gi scodellata la minestra che mandava un grato profumo; ma nella stanza non cera nessuno.
Ed ora cosa facciamo? chiese Bruno.
Possiamo ben mangiare, disse laltro, non vedi che questa minestra  preparata per noi?
E se venissero i lupi?
Non  possibile, il moscerino non  capace di ingannarci.
E si misero a tavola e divorarono quella minestra squisita, poi mangiarono delle frutta e dei pasticcini trovati sulla credenza e finalmente si posero a sedere accanto al focherello che ardeva nel camino, ma non avevano coraggio daddormentarsi, quantunque cascassero dal sonno, perch avevano paura dei lupi e non osavano dormire. Per star tranquilli, serano messi daccordo di dormire prima luno e poi laltro, ma ad un certo punto, non potendo pi tener gli occhi aperti, saddormentarono saporitamente e non si svegliarono che quando il gallo cominci a cantare.
Quando apersero gli occhi, la casa, il lumicino, la tavola, il fuoco, tutto era scomparso, e si trovarono stesi sullerba in cima ad una montagna, e ai piedi della montagna videro un mare immenso che si confondeva col cielo, e lontano, in mezzo al mare, un grandissimo globo di fuoco.
Essi rimasero meravigliati e guardandosi intorno tutti sorpresi dissero:
Dove siamo?
Siete nella dimora della fata Silvana, rispose una bambina bella come un raggio di sole che sbuc fuori da una siepe.
E quel globo di fuoco che esce dal mare che cosa  chiesero quei fanciulli.
 lIsola Incantata, rispose la bambina;  unisola dove regna sempre la pace e la felicit, ma non vi possono entrare che quelli che ne sono veramente degni.
Sii buona come sei bella e guidaci allIsola Incantata, dissero supplicando i due fanciulli.
Il mio potere e quello della fata Silvana che mi manda a voi non giunge a tanto; per la mia padrona, prima di abbandonarvi alla vostra sorte, vi manda questi due oggetti che forse si potranno servire e guidarvi allIsola Incantata; per dovete rammentarvi che aiutano i buoni e trascinano i cattivi alla rovina.
S dicendo lasci cadere ai piedi di Biancolino una palla doro, e a quelli di Bruno un guscio di noce.
Che cosa debbo farne? chiese Biancolino raccogliendo la palla doro.
Tenerla, rispose la fanciulla.
Che cosa debbo farne? chiese Bruno additando il guscio di noce.
Seguirlo, rispose la bambina.
E scomparve dietro la siepe.
Bruno e Biancolino rimasero sorpresi e non potevano staccar gli occhi dal punto donde era scomparsa la fanciulla.
Poi Bruno si mostr malcontento che gli fosse toccato il guscio di noce, invece della palla doro di Biancolino.
Che ne faccio, disse, di questo brutto guscio di noce? mi vien voglia di gettarlo via.
Si deve sempre conservare quello che viene regalato; io non darei la mia palla per tutto loro del mondo, disse Biancolino.
Perch tu sei stato fortunato, replic Bruno, mentre io invece....
E nel dire quelle parole gli venivano le lagrime agli occhi.
Se io avessi avuto il guscio di noce, sarebbe lo stesso, rispose Biancolino.
E allora facciamo cambio, disse Bruno.
Questo, no, soggiunse laltro.
Da quel momento cominciarono a bisticciarsi per ogni piccola cosa e non pass quella giornata che si diedero dei pugni, degli schiaffi, e si tirarono pei capelli, e naturalmente Biancolino, essendo il pi piccolo, ebbe la peggio e dalle percosse si sentiva tanto indolenzito che non poteva pi andare avanti.
Dopo aver mangiato qualche frutto che trovarono sugli alberi, si sdraiarono sullerba per riposare. Biancolino saddorment, ma Bruno, che avea nella sua mente un progetto colpevole, non chiuse occhio, e quando saccorse che il fratello dormiva saporitamente, gli si avvicin pian piano, gli tolse dalla tasca la pallina doro e ci mise il guscio di noce, poi scapp via in cima alla montagna e si nascose fra le piante per vedere quello che accadeva.
Quando cant il gallo, Biancolino si svegli, si guard intorno, e non vedendo il fratello, si mise a piangere e a chiamar Bruno.
Egli non era mai stato solo e aveva paura dei lupi, ma quando invece della palla doro trov in tasca il guscio di noce che saltava e ballava senza mai star fermo, scoperse la cattiva azione del fratello e non lo cerc pi. Rivolse invece le sue speranze al guscio di noce che continuava a danzargli in tasca.
Egli si prov a chiamare:
Guscio di noce! guscio di noce!
E il guscio di noce salt fuori di tasca.
Vedendo che il guscio di noce gli dava retta, Biancolino continu:
Guscio di noce, guscio di noce, voglio andare nellIsola Incantata.
E il guscio di noce rotol gi per il monte finch entr nel mare, poi divenne grande come una nave, gli spuntarono nel mezzo tre alberi con delle vele grandi grandi che parevano lenzuola e dentro al bastimento stavano dei piccoli nani vestiti da marinai cherano un amore, i quali dissero in coro colle loro vocine:
Entra, entra, Biancolino,
Entra, entra, non tremare,
Vien con noi a navigare.
E Biancolino discese in fretta dalla montagna e salt nella navicella, la quale, appena fu entrato, si mosse, e rapida come il vento lo trasport in alto mare. Bruno dallalto della montagna aveva assistito a quella scena, e quando saccorse che il suo guscio di noce sera trasformato in una bella nave, che andava a gonfie vele verso lIsola Incantata, si mise a correre gi per la montagna gridando:
Ferma! ferma! Voglio la mia noce!
Ma nessuno gli dava retta e la navicella correva, volava, come se avesse lali. Bruno aveva un bel gridare e sfiatarsi; tutto era inutile.
...
Quando fu stanco, si gett a terra piangendo e strappandosi i capelli.
Intanto pass di l una vecchia.
Che fai qui steso in terra come un bruto? gli chiese.
Mio fratello mi ha portato via il mio guscio di noce e viaggia verso lIsola Incantata, rispose Bruno.
Mentre diceva quelle parole la palla doro che aveva in tasca diveniva pesante pesante tanto che gli faceva male e non avea pi forza di sostenerla e si mise a gridare:
Ahim! Ahim
Cosa c? chiese la vecchia.
Avevo in tasca una palla ed  divenuta tanto grossa che mi fa male.
Vediamo questa palla.
Eccola.
Bruno s dicendo la tir fuori e fu tutto sorpreso di trovare che la palla doro sera cambiata in una palla di ferro.
Vedi? disse la vecchia, hai detto una bugia, e la palla  divenuta di ferro: dimmi la verit ed io ti aiuter.
Allora Bruno, tutto confuso, le narr come stava la cosa.
E la palla di ferro ritorn piccina e doro come prima.
Ora che dici la verit, io ti aiuter disse la vecchia.
Poi soggiunse:
Devi sapere che sono nemica della fata Silvana, perch essa  giovane e bella ed io sono vecchia e brutta; ma se riesco a distruggere lIsola Incantata, essa diverr vecchia ed io invece ritorner giovane. Tu devi aiutarmi a conquistar lisola; tu, che hai la palla doro, la quale possiede il potere di distruggere, se  adoperata con giudizio.
E come devo fare? disse Bruno.
Devi aver il coraggio di superare una quantit di ostacoli, e sopratutto non staccarti mai dalla palla doro, la quale, se va nelle mani del re dellIsola Incantata, egli diventa pi forte e pi potente, e noi siamo perduti per sempre.
Insegnami dunque ci che devo fare; coraggio non me ne manca e la palla doro star sempre con me.
Prima di tutto, rispose la vecchia, tu devi andare dal nostro re e indurlo con lastuzia a far la guerra a quello dellIsola Incantata; se ci riesci, sarai fatto generale e comanderai larmata, ma rammentati che avrai nemici gli uomini, la terra e il mare, e non potrai vincere che tenendo sempre presso di te la palla doro.
Bruno non pensava ai pericoli, tutto contento di andare dal re e di diventar generale, e disse alla vecchia:
Andiamo dal re.
Aspetta che tramonti il sole.
Quando il sole fu tramontato, la vecchia stese in terra il suo scialle e vi sal sopra con Bruno; poi venne una schiera di pipistrelli che sattaccarono allo scialle colle loro unghie adunche, e via sollevarono nellaria la vecchia e Bruno, li portarono attraverso lo spazio, e li deposero sui gradini del palazzo reale.
Ora devi pensare a toglierti dimpaccio da te solo, disse la vecchia a Bruno. Addio.
S dicendo, scomparve col suo scialle e i suoi pipistrelli in mezzo alloscurit.
Bruno, rimasto solo, non ebbe il coraggio dentrare nel palazzo reale e stette a giocare davanti alla porta, facendo delle montagne di sassolini.
Quando il principino and alla finestra e vide quel fanciullo che giocava e, coi sassolini, desider chiamarlo nelle sue stanze per giocare insieme. Il re e la regina non volevano, ma il principino si mise a piangere, ed essi che non vedevano che per i suoi occhi, lo contentarono e fecero entrar Bruno nel palazzo, affinch il principino giocasse insieme con lui.
Bruno divert tanto il principe coi suoi giochi, che egli lo volle tenere sempre presso di s e lo fece vestire con degli abiti di velluto ricamati in oro, come se fosse stato di sangue reale.
In poco tempo divennero amici, e Bruno doveva seguire tutti i passi del principe, come fosse il suo cagnolino.
Bisogna sapere che il principe mangiava da colazione tutte le mattine due uova. Un giorno disse a Bruno:
Come sono buone le uova bianche delle mie galline nere!
Ma le uova nere sono ancora pi buone, rispose Bruno.
Il giorno appresso il principe ritorn a dire:
Come sono buone le uova bianche delle mie galline nere!
Ma Bruno replic che le uova nere sono assai migliori.
E il terzo giorno il principino disse che voleva delle uova nere, altrimenti non avrebbe pi mangiato.
Il re mand messi da tutte le part del regno per cercare delle uova nere. Ma ritornarono dicendo di non averne trovato.
E intanto il principino non voleva mangiare e dimagrava a vista docchio.
Il re, disperato, temendo che il principino morisse, chiam a consiglio tutti i saggi della corte che erano uomini vecchi, con tanto di barba e la sapevano lunga, affinch dicessero dove si potevano trovare delle uova nere.
Ed essi, dopo essersi riuniti in consiglio per ben sette volte, conclusero che bisognava andarle a cercare nellIsola Incantata.
Il re promise al principino che entro un anno gli avrebbe procurato le uova nere, a patto che per il momento si contentasse di quelle bianche.
Bisogna sapere che il principino possedeva anche un merlo, e si divertiva a sentirlo cantare. Un giorno disse a Bruno:
Senti come canta bene il merlo nero?
S, ma i merli bianchi cantano meglio, rispose Bruno.
E il principino disse al re che voleva un merlo bianco.
Il re radun ancora il consiglio dei saggi, i quali, dopo sette sedute, conclusero che anche i merli bianchi bisognava andarli a prendere nellIsola Incantata.
E il re, per contentare il principino, decise di fare la guerra al re dellIsola Incantata e di conquistarla; e i saggi riuniti ancora in consiglio gli dissero di cercare il possessore della palla doro, e dare a lui il comando della spedizione.
Il re, che dava sempre retta a quello che dicevano i saggi, fece affiggere in tutto il regno degli avvisi i quali dicevano che il possessore della palla doro fabbricata nei dominii della fata Silvana, dovesse presentarsi dinanzi al re.
Bruno, appena seppe degli avvisi, si present al re e disse:
Maest, ecco la palla doro!
Il re esitava a dare il comando del suo esercito a quel fanciullo; ma cos avevano decretato i saggi, ed egli si sottometteva in tutto ai loro voleri. Perci ordin una quantit darmi e di bastimenti, fece chiamare sotto le armi tutti i soldati del regno, e nomin Bruno generale in capo.
Intanto che Bruno si preparava a condurre il suo esercito alla conquista dellIsola Incantata, noi andremo a trovare Biancolino che abbiamo lasciato in mezzo al mare diretto verso lisola.
Sul suo bastimento stava come un re; aveva venti nani pronti ai suoi comandi, i quali gli prepararono degli squisiti manicaretti ed ubbidivano ad ogni suo cenno.
Egli teneva sempre fisso lo sguardo verso il luogo dove vedea risplendere come un globo di fuoco lIsola Incantata, ed era impaziente darrivarci; ma dovea prima stare in mare sette mesi, sette giorni e sette ore, perch cos era destinato dalla fata Silvana. Il mare era sempre tranquillo, il cielo azzurro e sereno, e sarebbe stato felice se non avesse sentito un ardente desiderio di arrivare nellisola, della quale udiva tutti i giorni raccontare le meraviglie dai nani che lo servivano. Finalmente una mattina, quando si svegli, vide davanti agli occhi uno spettacolo stupendo.
LIsola stava l a poca distanza, e tanto bella come non lavea mai immaginata nei suoi sogni. Era illuminata da due splendidi soli che si specchiavano nel mare limpido come il cristallo e lavvolgevano in unonda di fuoco; gli alberi erano tutti coperti di fiori che mandavano nellaria i pi soavi profumi; le case avevano le mura di cristallo, i tetti doro o dargento, e scintillavano ai raggi del sole.
In mezzo allisola sorgeva il palazzo del re, tutto coperto di gemme e di diamanti da abbagliare la vista.
Biancolino, attonito nel vedere quelle meraviglie, voleva sbarcare; ma i nani lavvertirono che doveano aspettare ancora un giorno, ed egli si rassegn ai loro voleri.
La notte dorm come al solito nel suo lettuccio; la mattina quando aperse gli occhi si trov nellisola incantata, sdraiato in un campicello fiorito.
Il bastimento, i nani, le vele, tutto era scomparso e trov soltanto vicino a s il guscio di noce. Egli rimase molto sorpreso di vedersi intorno una quantit di animali assai diversi da quelli dei nostri paesi. Sugli alberi cantavano degli usignuoli colle penne bianche come la neve, e nei laghetti nuotavano dei cigni neri come corvi.
Anche gli abitanti dellisola erano belli come raggi di sole, e vestiti di stoffa dargento e doro; molti, invece di camminare, svolazzavano per laria in una specie di carrozzelle sollevate e trasportate da uccelli bellissimi e meravigliosi. Biancolino non avea coraggio dinterrogare quegli abitanti, eppure era curioso dinformarsi dei costumi dellisola. Finalmente vide un fanciullo vicino a s che stava ad osservarlo e si fece ardito di chiedergli chi fosse quella bella signora tutta vestita di gemme e diamanti che volava in quel momento sopra la loro testa trasportata da due bellissime aquile bianche.
 la nostra principessa, rispose il fanciullo.
Vorrei vederla da vicino e parlarle, disse Biancolino.
Il re non permette che parli con nessuno, rispose il fanciullo, soltanto ha promesso di darla in sposa a colui che salver lisola da un grande pericolo.
Sar io quello pens Biancolino e da quel momento si mise in capo di sposare la principessa; savvi verso il palazzo del re, ma quando vi fu vicino gli alberi intorno al palazzo cominciarono a crescere tanto da formare come unalta barriera, e gli uccelli appollaiati sugli alberi cominciarono a cantare:
Uno, due e tre,
Ci vuole il permesso del re.
Biancolino and da unaltra parte, e anche l gli alberi si alzarono e sintralciarono, e gli uccelli cominciarono a cantare:
Uno, due e tre,
Ci vuole il permesso del re.
Biancolino era disperato di non poter penetrare nel palazzo e stava attento per vedere se ci entrasse alcuno onde seguirlo; ma quelli che entravano erano tutti trasportati per aria da diversi uccelli; entravano dalla finestra che si chiudeva, appena passati. In questo modo vide entrare la principessa trasportata dalle sue aquile, e moriva dalla voglia di seguirla per parlarle.
Era tanto disperato di non potervi riuscire, che quasi voleva gettarsi in mare, quando pens di rivolgersi al guscio di noce che lo aveva aiutato le altre volte e disse:
Guscio di noce, guscio di noce, conducimi dalla principessa!
E il guscio di noce si trasform in un palloncino con una navicella che parea fatta apposta per Biancolino.
Ed egli entr nella navicella e vi trov un vestito stupendo tutto sparso di stelle dargento che non tard ad indossare, e il palloncino vol in alto e lo condusse su una terrazza dove la principessa stava a prendere il fresco.
Appena lo scorse la principessa diede un grido dalla paura, ma poi al vederlo cos bello e ben vestito, prese coraggio e lo fece sedere accanto a s, e cominci a conversare con lui.
La voce della principessa pareva una musica soave, e Biancolino stava ad ascoltarla colla bocca aperta quando essa gli raccontava dessere tanto infelice per dover star sempre rinchiusa nei suoi appartamenti senza veder mai anima viva.
Se lo permetti, verr a tenerti compagnia, disse Biancolino.
Volentieri, rispose la principessa; ma se mio padre il re se naccorge?
Sono protetto da una fata e non se n accorger.
Infatti devi avere una fata che ti protegge, disse la principessa, altrimenti non saresti arrivato a questa altezza dove non possono giungere che le mie aquile.
E perch stai cos in alto come se fossi in una torre?
Perch il re non vuole che parli con nessuno finch verr un guerriero a salvare lisola da un gran pericolo; e quello sar il mio sposo.
Sar io quello, disse Biancolino, che per sposare la bella principessa si sentiva ardito e coraggioso.
Ora per parti, essa gli disse, perch savvicina lora che vengono le mie damigelle, e se ti trovano sono perduta; ritorna domani allistessa ora. Addio, bel cavaliere.
Il guscio di noce, trasformato in palloncino, lo aspettava sulla terrazza, ed egli discese come era salito; ma appena il guscio di noce fu sopra un albero si trasform in un letto, dove Biancolino pot dormire tutta la notte e sognare la bella principessa, impaziente che venisse il momento di rivederla. Il giorno dopo la vide alla stessa ora fare il solito giro adagiata in una conchiglia di madreperla, trasportata per aria dalle due aquile bianche, e gli parve che la sua bella testa fosse chinata verso la terra per cercarlo.
Egli la segu cogli occhi finch la vide ritornare al palazzo; allora, come il giorno prima, comand:
Guscio di noce, guscio di noce, conducimi dalla principessa!
Il guscio di noce si trasform in un palloncino come il giorno prima, ma Biancolino trov nella navicella un vestito doro. Quando lo indoss risplendeva come se fosse uno specchio illuminato dal sole, e cos vestito giunse dalla principessa che lo accolse a braccia aperte.
Egli seppe da lei che un re della terra avea dichiarata la guerra a suo padre, ed era tutta malinconica perch le profetesse dellisola avevano detto che se non potevano avere nelle loro mani la palla doro della fata Silvana, lisola sarebbe stata distrutta.
La palla doro  mia, disse Biancolino, me lha regalata la fata e dovr ritornare nelle mie mani.
Se cos fosse si sarebbe salvi, disse la principessa; ma intanto la palla doro  nelle mani dei nostri nemici.
Biancolino seppe consolarla con belle parole, e quando fu lora di partire, promise di ritornare il giorno dopo con buone notizie.
Tutta la notte non chiuse occhio pensando al pericolo a cui andava incontro lisola dove abitava la sua principessa; per poterla salvare non sperava che nel suo guscio di noce che lo avea sempre aiutato.
Alla mattina il re ordin che tutti gli abitanti dellisola sarrampicassero sugli alberi e sinnalzassero nellaria coi loro uccelli per vedere se fosse in vista la flotta nemica onde prepararsi alla difesa. Ognuno fece come avea detto il re: e i ricchi salirono in mezzo alle nubi colle loro carrozze tirate da tutte le specie duccelli; i poveri sarrampicarono sugli alberi, i quali si alzavano, si alzavano, perch erano incantati e formavano una barriera intorno allisola e toccavano quasi il cielo; ma la flotta non si vedeva, perch i nemici avevano la palla doro che al dire delle profetesse li rendeva invisibili. Anche la principessa sera fatta condurre in alto dalle aquile, ma non poteva veder nulla. Ma quando Biancolino sal col suo guscio di noce trasformato in pallone tanto in alto che quasi non si vedeva pi, vide una flotta tanto grande che il mare ne era tutto coperto, e corse a dirlo al re, il quale gli rispose:
Devi essere protetto da qualche fata potente se vedi quello che noi non vediamo e vedi lincanto della palla doro. Dunque tu devi salvarci dal pericolo che ci minaccia e ti prometto che se vinci i nostri nemici, sposerai la principessa.
Biancolino a quelle parole si mise a saltare dalla gioia e corse subito dalla principessa a raccontarle la lieta notizia; questa volta le comparve dinanzi tutto vestito da guerriero, perch si preparava a combattere i nemici. La principessa gli fece, come al solito, le migliori accoglienze, ma quando seppe che doveva andare a combattere, cominci a tremare per la sua vita.
Tu non sai, gli diceva, a qual pericolo vai incontro: essi hanno la palla doro, contro la quale non servono tutti gli incanti della nostra isola: e sai che cosa hanno detto le profetesse? Hanno detto che
Se la palla doro non sorger sulla torre, sar distrutta lisola incantata,,.
La palla doro torner in mio potere, disse Biancolino.
Ma non sai a quanti pericoli vai incontro? gli ripeteva la principessa.
Io li affronter per amor tuo, rispose Biancolino.
Ebbene, disse la principessa togliendosi una perla che aveva nei capelli, prendi questa perla; quando sarai in pericolo, trova il mezzo di mandarmela, che io ti aiuter; ora parti e ritorna vittorioso.
Biancolino la lasci colle lagrime agli occhi, perch temeva di non vederla mai pi, e pens al modo di salvar lisola.
Il bello era che nel mentre egli vedeva tutto il mare pieno di bastimenti che savvicinavano sempre pi allisola, gli altri non vedevano nulla, e il re diceva:
Ma dove sono questi nemici?
Eccoli, si avvicinano, rispondeva Biancolino.
E mano mano che i bastimenti si avvicinavano, gli alberi si alzavano fino a toccar il cielo e formavano come una muraglia che circondava lisola.
Il re diceva:
Biancolino ha ragione, perch gli alberi sentono il pericolo e si alzano; ma io non vedo nulla.
E lasciava il comando a Biancolino, il quale ordin che si scuotessero gli alberi per far cadere le frutta grosse come palle di cannone e tener lontani i nemici.
I suoi ordini furono eseguiti, ed infatti alcuni bastimenti vennero sommersi e gli altri non sarrischiavano di venire avanti tanto velocemente.
Per si avvicinavano adagio adagio e se riuscivano a circondar lisola sarebbero stati tutti perduti.
Il re piangeva e Biancolino si strappava i capelli dalla disperazione. Quando si vide quasi perduto, pens di andar in mezzo alla flotta nemica e farsi dare ad ogni costo la palla doro. Part col suo guscio di noce trasformato in bastimento e quando si trov alla presenza di Bruno suo fratello, gli disse con voce tremante:
Bruno, rendimi la palla doro,
Io ti dar in cambio un tesoro.
Bruno alzava le spalle e rispondeva: Fossi pazzo!
Bruno, rendimi la palla doro,
Io ti dar invece un tesoro.
Bruno continuava a non dargli retta. Allora Biancolino riprese:
Se la palla doro non mi darai,
Ben presto, Bruno, te ne pentirai.
E Bruno dal dispetto lo fece legare e mettere in una cella in fondo al bastimento, dopo avergli frugato in tasca e avergli preso anche il guscio di noce. Biancolino privo del guscio di noce si vide perduto e aspettava la morte piangendo.
La cella avea un finestrino che dava sul mare.
Pass un pesciolino e gli disse:
Biancolino, bel Biancolino, sono un pesciolino piccino piccino, ma ti aiuter.
Biancolino si ramment della perla che gli avea data la principessa, e disse porgendola al pesciolino:
Se tu potessi portare questa perla alla principessa!
Ti prometto che la porter, rispose il pesciolino.
Prese la perla in bocca e guizz via.
Biancolino stette ad aspettare. Il pesciolino ritorn poco dopo dicendo che era entrato nel bagno della principessa e le avea consegnato la perla, ma essa lavea gettata ancora in mare, dicendo che era la perla delle burrasche, e che solo da una burrasca ormai egli poteva sperare salvezza.
Ma in che modo potr salvarmi, se son prigioniero? chiese Biancolino.
Al momento della burrasca verr io, rispose il pesciolino.
E guizz via.
Infatti pochi minuti dopo il cielo divenne nero nero, il mare pareva inchiostro, e le onde salzavano come montagne e sabbassavano come precipizi, i lampi abbacinavano la vista e i tuoni facevano tanto fracasso che pareva la fine del mondo. La flotta di Bruno, che quasi era riuscita a conquistare lIsola Incantata, si trov divisa da un momento allaltro, e slanciata in alto mare perdendo il cammino che avea fatto. I soldati tremavano dalla paura e i bastimenti cominciavano ad andare a fondo.
Gi aveano deciso di gettare in mare tutte le cose inutili per salvare la loro vita, e vi gettarono armi, bagagli, viveri. Nondimeno il pericolo non scemava e i marinai volevano gettare in mare anche la palla doro chera divenuta tanto pesante da far quasi andare a picco il bastimento; ma Bruno si oppose. Allora si ammutinarono e si disponevano a legarlo e gettar lui in mare. Egli si ramment di Biancolino e propose di gettarlo in mare per calmare la loro ira, promettendo che se la burrasca non cessava avrebbe poi gettata la palla doro.
E Biancolino fu preso per ordine del fratello e gettato in mare. Fortunatamente trov subito il pesciolino che gli disse:
Biancolino, bel Biancolino, attaccati alla mia coda che io ti salver.
Cos attaccato alla coda del pesce, Biancolino stette ad assistere a quello che accadeva.
La burrasca continuava pi forte di prima e Bruno, se volle aver salva la vita, fu costretto a gettare in mare la palla doro, che ritornata piccina e leggera fu subito raccolta da Biancolino. Solo allora il mare si calm, ma lesercito nemico che senza la palla doro era a tutti visibile, fu sconfitto, e Bruno fu gettato in mare per servire di pasto ai pesci; per fu in tempo di vedere Biancolino salvo approdare alla riva rimorchiato dal pesciolino colla palla doro in mano che risplendeva ai raggi del sole.
Il re, i principi e tutti i personaggi principali dellisola andarono ad incontrare Biancolino che fu portato in trionfo fino alla reggia, dove il re gli diede in isposa la principessa. Fecero delle feste veramente stupende, alle quali invitarono tutti i re della terra; e Biancolino, prima di prender dimora nellIsola Incantata, volle fare un viaggio per sapere che nera di suo padre; e seppe che quantunque avesse trovato da lavorare, il rimorso daver abbandonato i figliuoli lo avea tanto afflitto che era morto di crepacuore. Poi volle fare la pace col re che avea mosso guerra allIsola Incantata, e mand al principino uova nere e merli bianchi che erano stati causa di quella guerra. Dopo ci fece ritorno nellIsola Incantata e visse beato e contento colla sua principessa e regnarono poi molti anni nellisola, formando la felicit del loro popolo.
...
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LA FATA MERLIGA.
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Una povera donna sentendosi morire pens di affidare le sue tre figliuole ad una vecchietta che passava tutti i giorni da casa sua.
Il giorno appresso la chiam:
Vecchietta, vecchietta! vorreste prendervi cura delle mie figliuole?
Volentieri, rispose la vecchietta.
Ebbene, passate domani che sar morta e prendete le mie figliuole.
La vecchietta cos fece. Le tre fanciulle erano belle come stelle e si somigliavano fra loro come tre spicchi darancia.
La maggiore si chiamava Rosa, la seconda Margherita e la terza Violetta, e allidea di dover seguire quella vecchia, della quale avevano avuto sempre paura, erano tutte malinconiche; ma non cera rimedio.
La vecchia aveva detto: seguitemi, ed esse avevano dovuto obbedire.
Si lasciarono condurre perch non cera caso di poter fare altrimenti, e seguirono la vecchia in silenzio, trattenendo a stento le lagrime.
La vecchia le condusse in un bosco tanto folto che non vi penetrava raggio di sole, e quando furono ad un certo punto si volse e domand loro:
Sapete chi sono?
No, risposero le fanciulle.
Ebbene, dovete sapere che io sono la fata Merliga, che i buoni premia e i cattivi castiga.
Le fanciulle si guardarono sorprese in faccia, ma non dissero nulla; per non serano mai immaginate che ci fossero delle fate cos brutte e cos vecchie.
Camminarono in silenzio ancora un bel pezzo, poi quando giunsero davanti ad una capanna la vecchia si volse e disse loro:
Sapete dove siamo?
No, risposero le fanciulle.
Siamo giunte alla casa che vi ho destinata; ora entrate.
Entrarono e videro una povera stanza con una tavola, tre sedie e tre poveri letti. Rosa e Margherita fecero un viso malcontento vedendo la povera dimora che era loro destinata e dissero:
Che tugurio!
Sta in voi farlo diventare un palazzo, disse la vecchia.
In che modo? chiesero le due fanciulle.
Lavorando e comportandovi bene: voi gi lo sapete che sono la fata Merliga, che i buoni premia e i cattivi castiga.
Violetta non disse nulla, perch a lei bastava avere un angolo per dormire ed era contenta.
La vecchia fece veder loro in un angolo una madia piena di grano e farina e davanti alla capanna tre galline che razzolavano, tre caprette e tre striscie di terra separate, e disse:
Ora ingegnatevi da voi; avete una gallina, un pezzo di terreno, una capretta per ciascheduna; di pi non posso fare per obbedire allultima volont della vostra mamma; se avete voglia di lavorare, da vivere non ve ne mancher; ricordatevi solo che siete in mezzo al Bosco delle Tentazioni; non lasciatevi mai tentare n dai piaceri n dalle ricchezze, contentatevi di quello che potete guadagnare col vostro lavoro e non desiderate di pi.
S dicendo usc dalla capanna e scomparve in mezzo al fitto del bosco.
Una vita allegra ci si prepara! dissero Rosa e Margherita appena la fata fu scomparsa. Un po di latte, qualche uovo, un po di pane e un lettuccio meschino per riposare; una volta, a dire il vero, le fate erano pi generose.
Violetta non disse nulla, prese luovo che aveva fatto la sua gallina, con un po dacqua e un po di farina fece una stracciata che mise a cuocere sulla brace; poi se ne cib tranquillamente, mentre le sorelle continuavano a borbottare.
Per anche esse ad un certo punto pensarono di seguire lesempio della sorella, perch si sentivano morire di fame, e mangiarono, ma sempre continuando a borbottare e dicendo che quella vita di privazioni non avrebbero potuto sopportarla e bisognava che pensassero a qualche cosa di meglio.
Cos continuarono per qualche giorno: loro unico piacere era di dormire, perch facevano sempre degli splendidi sogni, che poi si divertivano a raccontarsi il giorno appresso.
Un giorno Rosa disse:
Questa notte mi son sognata desser principessa; era passato un principe, mi aveva sposata, abitavo il palazzo reale e avevo vestiti di raso tutti coperti di pietre preziose.
Ed io mi sono sognata che nuotavo in mezzo alle ricchezze, disse Margherita; ero in mezzo alloro, alle gemme, avevo servi, equipaggi e mi bastava esprimere un desiderio per vederlo subito soddisfatto. Che peccato svegliarsi e trovarsi in questo brutto tugurio dopo tanti splendori!
Violetta non diceva mai nulla.
Ma tu non hai nulla da raccontare? le dicevano le sorelle.
Io quando vado a letto penso sempre a quel che far il giorno appresso, e questa notte mi sono sognata che portavo il latte della mia capretti in citt a venderlo e ricavavo qualche soldo per comperarmi dei cibi pi sostanziosi di quelli che siamo abituate a mangiare; e cos ho intenzione di fare. In questo modo vedr avverarsi il mio sogno.
Va, che diventerai ricca colla tua capretta, e ridevano della loro sorella che aveva idee tanto modeste, e dicevano: Violetta, Violetta, sarai sempre poveretta!
Vedremo, diceva Violetta; ora intanto sono pi ricca di voi.
Infatti, essa cercava dindustriarsi con quel poco che aveva; nel suo campicello aveva piantato dellinsalata che andava a vendere in citt unitamente al latte della sua capretta e alle uova della sua gallina e gi aveva messo da parte qualche soldo, mentre le sue sorelle, che tutto il giorno non facevano che parlare dei loro sogni, non avevano nemmeno un centesimo e dovevano contentarsi di mangiare pane e latte.
Un giorno Rosa disse che era annoiata di mangiare sempre pane, e ammazz la sua gallina; ne diede un pezza a Margherita, ma a Violetta niente.
Violetta si sentiva venir lacquolina in bocca vedendo le sorelle che mangiavano dei pezzi di pollo che dicevano squisiti, ma si consolava abbracciando la sua gallina che non avrebbe voluto ammazzare per tutto loro del mondo.
Pochi giorni dopo Margherita, stanca di mangiar sempre pane, ammazz anchessa la sua gallina e la mangi insieme alla Rosa, e a Violetta non ne diede nemmeno un pezzettino.
Ma Violetta si confortava dicendo:
Io ho intanto la mia gallina e voi non lavete pi.
Infatti Rosa e Margherita saccorsero che non avevano pi uova da mangiare e non sapevano come fare.
Violetta, regalami un uovo, dicevano.
Mavete dato delle vostre galline? Io non vi do le mie uova.
Per un giorno ebbe compassione delle sorelle e diede loro due uova. Esse le apersero e vi trovarono dentro due pulcini.
 la fata che vi vuol ancora aiutare. disse Violetta; aspettate qualche tempo e riavrete le vostre galline.
Ma esse erano annoiate di far quella vita, e un giorno la Rosa disse:
Vado colla mia capretta a cercar fortuna: se non mi vedrete pi sar segno che lavr trovata; se vi mander la capretta vorr dire che sono in pericolo, e non abbandonatemi. S dicendo se nand.
...
.
...
Cammina, cammina, cammina; il bosco si faceva pi fitto ed essa aveva quasi paura di trovarsi l sola e voleva tornare indietro, ma non trovava pi la strada; perci continu fino a che scorse ad un certo punto uno splendore e vide passare davanti ai suoi occhi come in una bella visione degli splendidi equipaggi, delle signore vestite doro e dargento, e dei signori che avevano gli occhi scintillanti come stelle. Era il mondo de suoi sogni, e fece per avvicinarsi a tutta quella gente.
Intanto, vide venirle incontro un bel giovane a cavallo.
Rosa, bella Rosa, vuoi essere la mia sposa? le disse.
Essa non rispose.
Il giovane ritorn a dire:
Rosa, bella Rosa, vuoi essere la mia sposa?
Rosa pens alle raccomandazioni della fata; ma la tentazione fu pi forte di lei.
S, s, disse.
E il giovane la prese in groppa al suo cavallo colla capretta e tutto, e via di galoppo fuori del bosco, lontano lontano, finch la condusse nel palazzo dalle cento porte che era situato in mezzo al bosco.
Mentre Rosa era trasportata sulla groppa del cavallo davanti a quel giovane che aveva gli occhi che brillavano come stelle, le pareva dessere trasportata in cielo: ma quando saccorse che tutte le cento porte che saprirono al loro passaggio si richiusero con grande fracasso, cominci a tremare dalla paura di non poter pi uscire da quellimmenso e splendido palazzo.
Dove sono? andava dicendo.
Pi tardi lo saprai, diceva il giovane.
E andavano avanti avanti, passando delle altre porte, che si chiudevano sempre dietro a loro.
Dove sono? andava dicendo la fanciulla,
Pi tardi lo saprai.
E andarono avanti finch giunsero in una sala grande come una chiesa.
Dove sono? chiese la fanciulla.
Sei nella casa dellOrco, rispose il giovane.
Povera me! disse Rosa; e cominci a tremare come una foglia.
Non aver paura, sei troppo magra, e per ora non ti manger.
Ma tu chi sei?
Io sono il suo servo, giro il mondo per tentare le ragazze a seguirmi in questa casa.
Fammi uscire; ti prego.
Non dovevi venire; lOrco mi mangerebbe.
Rosa si mise a piangere, a disperarsi e preg il giovane che almeno conducesse fuori la sua capretta e la abbandonasse nel bosco.
Almeno sia salva la mia capretta! diceva Rosa.
Visto che allOrco non piaceva che la carne umana e non gli importava delle bestie, il giovane promise che se si calmava e non faceva scene avrebbe pensato a portar fuori la capretta; poi scomparve, e la Rosa si trov sola in quel palazzo e tremava dalla paura che venisse lOrco a mangiarla.
In una stanza trov una tavola preparata sulla quale cerano dei cibi squisiti; ma essa, quantunque avesse una fame da lupo, non volle mangiare per tema di ingrassare, perch allora, certo, lOrco se lavrebbe mangiata.
Non sapendo che far di meglio, si sdrai sopra un letto che trov preparato per lei in una stanza del palazzo.
A mezzanotte sent in camera un rumore e quantunque tremasse dalla paura finse di dormire. Era infatti lOrco col suo domestico che si avvicinava al letto e cominci a toccarla colle sue manacce, poi disse:
 magra come unacciuga; bisogner darle dei buoni bocconi, mi raccomando, e se non vuol mangiare imboccatela per forza, come unoca: in quindici giorni deve essere in ordine per la mia cena dellultimo dellanno; se non la fate ingrassare  la volta che faccio un boccone di te, del cuoco e di tutti.
Il palazzo trem tutto, e quando fu scomparso lOrco, Rosa si tocc per vedere se fosse ancora intera e viva e desider dessere nella capanna assieme alle sue sorelle. Ormai non cera pi speranza: impossibile fuggire colle cento porte chiuse da tanti chiavistelli! E pianse allidea di finire mangiata dallOrco.
Intanto che Rosa sta l a piangere e disperarsi, andiamo a vedere quello che facevano le sue sorelle.
Margherita, quando vide che Rosa non tornava pi, disse:
Essa ha trovato certo la sua fortuna; non torna ne lei n la capretta; stanno troppo bene dove si trovano.
E decise di seguire lesempio della sorella.
Addio, Violetta, disse il giorno appresso, vado anchio a cercar fortuna.
E presa la sua capretta se nand.
Cammina, cammina, cammina. Il bosco si faceva sempre pi fitto, ma essa andava innanzi con coraggio.
Almeno incontrer Rosa pensava, ma nel mio tugurio non ritorno pi;  meglio cento volte abitare in mezzo a questo bosco.
Intanto venne la notte, e Margherita continuava a girare per il bosco senza sapere dove ricoverarsi. Ad un certo punto vide una specie di grotta e vi entr. Fu tutta sorpresa di vederla illuminata come di pieno giorno; ma fu ancora pi sorpresa di vedere in terra dei mucchi di pietre preziose: cerano brillanti, smeraldi, rubini che abbagliavano la vista, perle grosse come nocciuole, e in un angolo un mucchio di monete doro grande come una montagna.
Margherita non seppe resistere alla tentazione, e cominci a riempirsi le tasche di pietre preziose; nemp anche il grembiule, che divenne tanto pesante da non poter pi quasi camminare. Margherita disse: Ora che so dove sono tutte queste ricchezze, ritorner e quando usc dalla grotta sparse dei sassolini bianchi lungo la via, per conoscere la strada e ritornare alla grotta. Ma appena giunse alle porte della citt le guardie la fermarono e dissero che quelle pietre preziose erano state rubate al re e la misero in prigione.
La fanciulla si mise a piangere dicendo che quelle gemme le aveva trovate per via, ma essi non vollero credere e la chiusero nella prigione ad aspettare la sua condanna, che doveva essere terribile, perch il re era molto adirato contro coloro che gli rubavano le sue ricchezze.
Violetta se ne stava tranquilla nella sua capanna, quando vide giungere le caprette delle due sorelle; doveva certo esser accaduta loro qualche disgrazia e decise di andarle a cercare.
Cammina, cammina. Il bosco si faceva sempre pi fitto, ma essa non si perdeva di coraggio. Ad un certo punto ebbe la stessa visione che era apparsa alla sua sorella Rosa; anchessa vide il giovane a cavallo che la chiamava.
Violetta, Violetta bella, vuoi tu venire da tua sorella?
Ma essa si ramment le parole della fata Merliga, che le aveva detto di non cedere alle tentazioni, e continu la sua via, senza dar retta al giovane che la chiamava.
Poco dopo giunse presso la grotta dove cerano le pietre preziose, e vi entr, ma al vedere tutti quegli splendori fugg via temendo di cedere alla tentazione.
Per era tutto il giorno che camminava e aveva fame, e, quello che era peggio, la notte si faceva oscura e non trovava la strada per tornarsene a casa.
Era passata vicina a degli alberi carichi di frutti squisiti, ma non ebbe il coraggio di staccarne nemmeno uno; erano cose troppo buone per lei e non voleva cedere alla tentazione; le sarebbe bastato un pezzo di pane, tanto per sostentarsi.
Avrebbe potuto andare in citt, ma senza quattrini non si pu comperare il pane, e le venne lispirazione di raccogliere dei fiorellini e andarli a vendere per guadagnare qualche soldo. Cos fece, raccolse dei fiori e and a venderli in citt e coi pochi soldi guadagnati si comper un po di cibo.
Intanto incontr per via una vecchierella che si lamentava.
Che cosa avete? le chiese Violetta.
Muoio di fame, rispose la vecchierella.
Violetta le diede un pezzo del suo pane.
Grazie, disse la vecchia; prendi, questo forse un un giorno ti servir.
Le diede un pezzo di nastro e se ne and.
Quando fu un po pi avanti trovo un pastorello che piangeva.
Perch piangi? chiese Violetta.
Sono caduto e mi sono tagliato una mano.
Lascia vedere.
Il pastorello mostr la mano, che aveva una ferita profonda dalla quale grondava il sangue.
Violetta si strapp un pezza di vestito, lo bagn nellacqua di un ruscello e gli fasci la ferita.
Grazie, bella fanciulla, le disse il pastorello, prendi per memoria uno di questi bottoni; ci vedrai dentro tutto quello che desideri.
S dicendo si strapp un bottone dal vestito e lo diede a Violetta.
Ella prese il bottone e volle vedere subito se ci che aveva detto il pastorello fosse vero.
Bottone, bottone! cominci a dire.
Comanda, comanda.
Fammi vedere dove si trova la mia sorella Rosa.
Il bottone si fece risplendente come uno specchio e Violetta vide riflessa la sua sorella nella casa dellOrco mentre lingrassavano come unoca, perch lOrco potesse in seguito farne un buon boccone.
Poi chiam ancora:
Bottone, bottone!
Comanda, comanda.
Fammi vedere dove si trova la mia sorella Margherita.
E il bottone, diventato lucido come uno specchio, le mostr sua sorella in prigione legata con catene di ferro.
Bisogna che le salvi disse Violetta. Ma non sapeva come fare. Intanto veniva la notte, ed essa si trovava nel bosco e aveva paura delle bestie feroci. Pens di arrampicarsi sopra un albero, e durante la notte pensare al modo di salvare le sorelle, ch, quantunque fossero state cattive con lei, allidea che una dovesse essere mangiata dallOrco e laltra condannata a morte, le venivano i brividi.
Non era ancora bene appollaiata sullalbero, scelto per passarvi la notte, quando sent vicino a s un alito caldo come se vi fosse unaltra persona, e cominci a tremare dalla paura. Fece per scendere dallalbero, ma sent una mano afferrarle il braccio e non pot muoversi.
Aiuto! aiuto! cominci a gridare.
Taci, Violetta, non ti voglio far male.
Ma chi sei?
Sono Scimmiottino.
Scimmiottino, lasciami andare.
Se resti con me questa notte, far tutto quello che vorrai.
Potrai salvare le mie sorelle?
Te lo dir domani mattina; intanto puoi dormire, chio far la guardia.
Violetta stette tranquilla e non parl pi.
Quando spunt lalba e si guard intorno, ebbe paura vedendo che Scimmiottino era pi brutto di quanto si era immaginata.
Come sei brutto, Scimmiottino!
Sono brutto, ma far tutto quello che vorrai.
Va dallOrco a prendere mia sorella Rosa.
S, se prometti di sposarmi.
Violetta, allidea di sposare quel brutto scimmiotto, sent gelarsi il sangue e stette zitta.
E tua sorella Rosa se la manger lOrco, disse Scimmiottino.
Ebbene, salvala e ti sposer, disse Violetta.
Ma pensava che una volta salva la sorella ci avrebbe riflettuto prima di sposarlo.
Hai un pezzo di nastro? disse Scimmiottino.
Eccolo, e gli consegn il nastro che le aveva dato la vecchia.
Scimmiottino lo prese e poi saltando da un albero allaltro giunse fino al palazzo dellOrco che stava in mezzo al bosco. Quando fu sul tetto vi fece un buco colle sue mani e collaiuto del nastro discese nella sala dove si trovava Rosa, la quale era tutta tremante perch lOrco lavea visitata a mezzanotte, e trovatala grassa, aveva deciso di mangiarsela proprio in quel medesimo giorno.
Quando vide Sciommiottino, disse:
Chi ti manda?
Tua sorella Violetta.
Che sia benedetta; e cosa devo fare?
Attccati al mio collo.
Rosa ubbid subito e Scimmiottino, arrampicandosi sul nastro, usc come era entrato e saltando da un albero allaltro la port nel posto dove si trovava Violetta.
Ecco tua sorella; ora devi mantenere la parola.
La manterr quando sar salva mia sorella Margherita.
Dammi il tuo bottone.
Violetta glielo diede, e Scimmiottino si mise in cammino per salvare Margherita.
Giunse alla prigione proprio al momento che stavano leggendo a Margherita la sentenza di morte e chessa era legata in mezzo alle guardie.
Scimmiottino present alle guardie il bottone; esse perdettero a quel bagliore il lume degli occhi e caddero a terra tramortite. Allora Scimmiottino liber Margherita e la condusse dalle sue sorelle che furono contente di vederla. Per Violetta, pensando che ormai non cerano pi scuse e doveva mantenere la promessa di sposar Scimmiottino, volle fuggire, ma sent che i suoi piedi si piantavano in terra e facevano radice.
Ahim! ahim! disse, non posso muovermi.
Mantieni la tua promessa e ti muoverai, disse Scimmiottino.
Sei troppo brutto.
Non dovevi promettere; chi ha promesso deve mantenere.
Intanto i piedi erano sempre pi intricati in mezzo alle radici e intorno vi nasceva un cespuglio di violette che la coprivano tutta, non lasciandole fuori che la testa, la quale era sempre bella.
Aiutami, Scimmiottino.
S, se mantieni la tua promessa.
Ma non  giusto che mi sacrifichi per le mie sorelle.
Ebbene, disse Scimmiottino, che mi sposi una di loro e ti lascio andare.
Ma Rosa e Margherita dissero di no, esse non avevano promesso nulla.
Violetta piangeva, e le sue lagrime si trasformavano in goccie di rugiada che scintillavano sulle foglie dalle quali era circondata. Finalmente vedendo che non cera rimedio, disse:
Ebbene, ti sposer.
Delle tue parole non mi fido pi, voglio un bacio per caparra, disse Scimmiottino.
Violetta, visto che non cera rimedio, sporse la testa e lo baci in viso.
Appena le sue labbra toccarono la faccia di Scimmiottino, egli si cambi in un bel giovane, che il simigliante le tre sorelle non avevano mai veduto.
Peccato chio non abbia detto di sposarlo io! pens Rosa.
Peccato che labbia rifiutato! pens Margherita.
Ma Violetta, invece, ne fu tutta contenta, perch sent che i suoi piedi erano liberi e che era innamorata di quel bellissimo giovane.
Sono il figlio del re Rubino, disse il giovane. ma perch ero troppo vano per la mia bellezza, la fata Merliga, che i buoni premia e i cattivi castiga, mi condann ad essere trasformato in un scimmiotto finch non trovassi una fanciulla che mi baciasse e promettesse di sposarmi. Ora,  rotto lincanto e tu, Violetta, sarai mia sposa e voi, Rosa e Margherita, sarete le sue damigelle, giacch lavete disprezzata. Sarete incaricate di sostenere lo strascico del suo manto.
Esse scoppiavano dalla rabbia a quelle parole e giurarono di vendicarsi.
Violetta non diceva nulla e teneva la testa china in atto modesto.
E tu, Violetta, cosa fai? le disse il suo sposo.
Aspetto gli ordini del mio principe.
Senti, Violetta, ora devo ritornare solo nel regno di mio padre per annunciargli il mio matrimonio, e tu devi tornare alla tua vecchia casa colle tue sorelle e quando vedrai venire gli ambasciatori di mio padre per prenderti devi dire che sei di sangue reale e seguirli. Eccoti il tuo nastro e il tuo bottone che serviranno per farti riconoscere. Poi fece per andarsene, ma quando fu ad un certo punto ritorn indietro, la chiam in disparte per dirle una parola senza che le sue sorelle potessero udire.
Senti, Violetta, le disse, se per caso tu perdessi il nastro e il bottone, eccoti un anello che nessuno ti potr togliere dal dito. E le mise in dito uno splendido anello di rubini poi disse ad alta voce: Per trovare la vostra casa dovete aspettare la notte; vedrete delle lucciole che risplenderanno fra gli alberi; seguitele, esse vi serviranno di guida.
Poi egli se ne and da una parte e le tre sorelle dallaltra.
Quando fu notte videro una lunga fila di lucciole che splendevano in mezzo al verde; esse le seguirono fino allalba e si trovarono proprio davanti alla loro capanna, riconobbero le tre caprette che saltarono loro incontro a festeggiarle e ripresero la vita di prima. Per Violetta era impaziente che venissero gli ambasciatori del re Rubino, e le altre due avevano tal rabbia colla sorella che lavrebbero uccisa volentieri per poter sposare in sua vece il principe.
Un giorno Rosa pens che quando venivano gli ambasciatori avrebbe potuto presentarsi al principe e dire che era Violetta; rassomigliava tanto alla sorella che non lavrebbero certo scoperta.; per non aveva nessun segnale per farsi riconoscere, e una notte, mentre Violetta dormiva, le rub il nastro.
Margherita ebbe lo stesso pensiero, e senza dir nulla a Rosa, una notte, mentre Violetta dormiva, le rub il bottone.
Lanello, nessuno glielo poteva rubare perch bruciava la mano a chi volesse toccarlo.
Un giorno che Violetta era a pascolare la sua capretta, capitarono gli ambasciatori del re Rubino, con una carrozza di rubini, per prendere la fidanzata del principe. Sentendo il suono di una marcia trionfale, Rosa usc dalla sua casa e fece un inchino agli ambasciatori.
Siete di sangue reale? le dissero.
S, rispose Rosa.
Come vi chiamate?
Violetta.
Allora fatemi vedere un segnale.
Fece vedere il nastro.
Deve essere questa, dissero gli ambasciatori.
E le diedero un vestito tutto sparso di rubini, la fecero sedere nella carrozza e la condussero al suono della marcia trionfale alla corte del re Rubino.
Appena arriv, il principe le and incontro, le guard la mano, e disse al re:
Babbo, non  questa.
Ma se ha mostrato il segnale!
Ma non ha lanello, e questa non la voglio.
Vedremo, disse il re.
E ordin che nel suo giardino si facesse una buca profonda e vi si mettesse dentro la fanciulla.
Essa gridava e supplicava che piuttosto la lasciassero ritornare a casa sua; ma tutto fu inutile; fu presa, spogliata e cacciata dentro alla buca.
Appena fu sepolta, nacque come per incanto in quel medesimo posto un cespuglio di rose.
Or vedi, babbo, disse il principe, che non era Violetta.
Hai ragione, figlio mio; mandiamo a prendere la tua fidanzata.
E mandarono di nuovo gli ambasciatori al Bosco delle Tentazioni.
Violetta era fuori che pascolava la sua capretta, e fu Margherita ad accorgersi del loro arrivo. Essa and loro incontro, e disse:
Chi cercate?
Violetta, risposero.
Sono io quella.
Fatemi vedere il segnale.
Essa mostr il bottone, e gli ambasciatori le misero il vestito sparso di rubini e la condussero alla corte del re Rubino. Quando vi giunse, il re disse al principe:
Abbraccia la tua sposa.
Non  questa, babbo, disse principe.
Se ha mostrato il segnale!
S, ma non ha lanello: non  questa, non la voglio.
Allora il re disse: Vedremo, e ordin che in giardino si facesse una buca profonda. Quando fu fatta la buca, il re ordin che vi si mettesse dentro la fanciulla.
Essa gridava, domandava perdono e chiedeva, che la si lasciasse ritornare a casa sua. Ma tutto fu inutile: il re la fece spogliare e mettere dentro alla buca.
Appena fu sepolta, in quel posto nacque subito un cespo di margherite.
Ben si vede che non era quella! disse il principe.
E il re ordin agli ambasciatori che andassero a prendere Violetta.
Essi partirono e la trovarono nel bosco che pascolava la sua capretta.
Come ti chiami? le dissero.
Violetta.
Fammi vedere il segnale.
Essa mostr lanello di rubini.
Deve esser questa, dissero gli ambasciatori.
Le fecero indossare il vestito sparso di rubini, e la condussero in carrozza, a suono della marcia trionfale, alla corte del loro re.
Appena arrivata, il principe le corse incontro, le prese la mano, e disse al re:
Ecco la mia principessa.
Il re labbracci; la chiam sua figlia e le disse di chiedere una grazia, fosse pur stata la met del suo regno; ei glielavrebbe accordata.
Voglio sapere che cosa  accaduto alle mie sorelle.
Sono fra i pi bei fiori del tuo giardino.
Essa volle andarle a vedere, e quando pass vicino alla rosa, sud chiamare, e cap che quella era la sua sorella. Quando pass vicino alla margherita, sud chiamare ancora e cap che quella era laltra sorella. Essa avrebbe voluto salvarle; ma quando il principe le raccont quello che avevano fatto, disse che meritavano la loro sorte; soltanto proib a tutte le persone della corte di cogliere rose o margherite, perch ad ogni fiore che si strappava, si udiva come un lamento, ed erano castigate abbastanza col dover stare l immobili ad assistere al trionfo della loro sorella, che tutti amavano ed adoravano per la sua bont e bellezza.
...
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...
Il re Rubino fece delle nozze splendide come non ve nerano mai state, e invit la fata Merliga, la quale si mostr alle nozze nel suo vero essere, cio bella come una dea e col vestito intessuto di raggi di sole e con un diadema di stelle che abbagliava gli occhi. Essa fece agli sposi degli stupendi regali, per prima di lasciarli disse loro:
Ricordatevi dinsegnare ai vostri figliuoli ad esser buoni e a rammentarsi della
Fata Merliga,
Che i buoni premia
E i cattivi castiga.
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ROSPINO.
...
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...
In casa lo chiamavano Rospino: non avea pi genitori e i suoi fratelli non lo potevano vedere. Tutte le fatiche che cerano da fare doveva farle lui; se non ubbidiva, erano percosse che non finivano pi.
Rospino, fa questo! Rospino, fa quello! Rospino, scopa la stanza! va ad attingere lacqua! Rospino, porta la legna! Non si sentiva altro in tutta la casa.
E Rospino correva di qua, correva di l, non stava mai fermo un minuto, non aveva tempo da mangiare, n da vestirsi; i suoi vestiti erano stracciati e cadevano in brandelli, ma non ne aveva colpa poich non poteva cambiarli, n aggiustarseli. E in casa gli dicevano continuamente:
Straccione sei e straccione resterai!
Ed egli, quando era stanco di sentir rimproveri, sgusciava fuori e andava a ricoverarsi nel tronco di un albero dove aveva stabilita la sua dimora, perch almeno l lo lasciavano tranquillo. Un giorno gli ordinarono:
Rospino, fa il bucato.
Ed egli aveva fatto il bucato.
Rospino, semina questo campo di grano.
Ed egli lo aveva seminato.
Rospino, porta la legna.
E aveva portata la legna, ma non ne poteva pi.
Rospino, accendi il fuoco.
Ed egli aveva acceso il fuoco.
Rospino, va sulla montagna a prendere un fascio derba per le bestie.
Egli non si mosse: le sue gambe non potevano reggerlo.
Allora cominciarono a bastonarlo.
Poltrone sei e poltrone resterai: muoviti una volta, siamo stanchi di vederti mangiare il pane a tradimento.
E Rospino usc di casa, ma quando fu a met strada non pot pi andare avanti e cadde a terra dalla stanchezza. Egli piangeva; ma sul monte non poteva andarci, perch era stanco; e ritornare a casa, peggio ancora, perch lo avrebbero bastonato.
Passa di l una vecchia
Che hai, Rospino, che piangi?
Rospino, sentendosi chiamare, alz la testa e disse:
Sono stanco.
Vuoi tornare a casa?
No, ho paura che mi bastonino.
Vuoi andare lontano?
Cos potessi camminare, andrei lontano e a casa non tornerei pi!
Mi piaci e ti voglio aiutare, disse la vecchia. Prendi questo mantello; quando lavrai indosso esprimi un desiderio e sarai subito soddisfatto.
Rospino ringrazi la vecchia e prese il mantello.
Vorrei sapere quello che pensano a casa di me, disse mettendosi il mantello.
Egli si trov subito presso la porta di casa e ud i suoi parenti che dicevano:
E Rospino che non torna pi!
Torner, torner, state tranquilli, diceva sua zia; torner per lora della cena quel poltrone, che non  buono che a mangiare il pane a tradimento.
E se non tornasse? dicevano gli atri.
Ne faremo senza.
E chi far i suoi lavori?
Li faremo noi.
Ma intanto quella sera la cena era bruciata, perch non ci aveva messo mano Rospino; e la sua cugina Rosa, che lo aveva sempre protetto e aveva cercato spesso di risparmiargli le busse e le fatiche, andava dicendo:
Rospino non torna pi, e voi ve naccorgerete se mangiava il pane a tradimento!
Rospino ritorner, le diceva la mamma.
Ma Rospino non torn. Egli desider di andar lontano lontano, in un buon albergo, davanti ad una buona cena, e si trov infatti seduto a tavola in buona compagnia, ebbe un buon letto per dormire, e quando desider pagare trov che aveva le tasche piene di monete doro.
Era felice di poter finalmente veder appagati i suoi desideri e si teneva ben stretto al collo il suo mantello per paura di perderlo.
Egli desider di girare il mondo, e alla notte quando andava a letto diceva:
Domani vorrei essere in Cina.
E il giorno dopo si trovava in Cina.
Domani vorrei essere in mezzo al mare.
E il giorno appresso si trovava sopra un bastimento in alto mare.
E in questo modo gir tutto il mondo, ma trov che dappertutto cerano dei ricchi, dei poveri, deglinfelici e dei malcontenti, e ci lo metteva di cattivo umore.
Un giorno disse:
Vorrei trovarmi vicino ad una persona felice.
E si trov tosto in un campo fiorito presso ad un bambino di sette anni che, sorridendo, mangiava un pezzo di pane.
Ed io che credeva che solo i re fossero felici! pens Rospino. E per vedere se lo fossero davvero, espresse il desiderio di passare un po di tempo alla corte del re Possente, che aveva sentito nominare come il re pi grande della terra.
Non aveva ancor dette queste parole, ed eccolo l, alla corte del re, in un palazzo stupendo, colle colonne doro massiccio, i tappeti e le mura sparse di diamanti e pietre preziose.
Per le sale del palazzo passeggiavano una quantit di persone, tutte vestite di raso e di damasco, coi cappelli guerniti di piume di struzzo e fermagli di gemme. Le dame avevano dei manti collo strascico doro e di argento, e portavano in testa delle corone di diamanti, rubini e smeraldi che abbagliavano la vista; ma tutti erano preoccupati e nessuno sorrideva.
Specialmente la principessa, che era una bella fanciulla di sedici anni, aveva le lagrime agli occhi e faceva piet.
Se potessi parlare alla principessa! pens Rospino e si trov subito nella stanza della principessa, seduto accanto a lei.
Aspettavo un sapiente che mi potesse consigliare nella mia sventura, disse la principessa: siete voi quello?
Son io, rispose Rospino, ma bisogna dirmi la causa della vostra tristezza e forse vi aiuter.
La principessa allora gli raccont che suo padre voleva darla in isposa al principe Smeraldino, ma chessa non poteva soffrirlo, e il re suo padre le aveva detto quel giorno stesso: O sposi il principe Smeraldino, o questa notte ti uccido.
E perch non volete sposare il principe Smeraldino? chiese Rospino.
Perch ho promesso la mia mano al principe Grazioso.
E il principe Grazioso dove si trova?
Nel Bosco Incantato, e l deve restare finch io sia passata per tre prove, cio per quella della terra, per quella dellacqua e per quella del fuoco, e se potr vincere, sar mio; ma se mio padre mi uccide siamo perduti tutti e due.
S dicendo, piangeva, piangeva, che avrebbe fatto piet ai sassi.
Io posso salvarti, disse Rospino.
Salvami per carit!
Per mi chiedi un immenso sacrificio, perch devo privarmi di questo mantello che mi fa avere tutto ci che desidero.
Io lo compero; dimmi quanto vuoi.
La vostra collana, e accenn ad una collana di perle grosse come sassi che aveva al collo la principessa.
Cos poco? ella disse, e gli fece dare, oltre alla collana, tutti i suoi denari, i suoi gioielli, le sue vesti, tutto quello che possedeva; il mantello fu suo.
Rospino pens che con tutte quelle ricchezze potrebbe del pari appagare i suoi desiderii, e part col suo tesoro, collintenzione di viaggiare per qualche tempo e poi fabbricarsi un bel palazzo e finir la sua vita tranquillamente.
La principessa era felice di avere il mantello fatato, che poteva appagare tutti i suoi desideri e quando venne il principe Smeraldino per farla sua sposa, essa chiese al mantello dessere invisibile e tosto scomparve agli occhi di tutti.
Il re la fece cercare per tutto il palazzo. Non vi fu verso di trovarla.
Non si trova, disse al principe Smeraldino.
O mi dai la tua figliuola o ti distruggo il regno.
E il re Possente sapeva che era capace di mantenere la parola.
Egli si disperava di non trovare la figlia e chiamava:
Vieni, vieni a me vicina,
Deh non far la mia rovina!
La principessa ebbe compassione dei lamenti del padre, e si fece vedere.
A quando le nozze? disse Smeraldino.
Aspetta domani, rispose la principessa.
Aspetter, ma se non mantieni la tua promessa, guai a te!
Quando fu notte la principessa disse alle damigelle che la spogliavano:
Voglio dormire con questo mantello, e ricordatevi che, se per caso io morissi, voglio che sia sepolto con me.
Perch parli di morire, principessa?
Non si sa mai quello che pu accadere, potrei morire anche questa notte.
Quando le damigelle si furono ritirate, la principessa savvolse nel mantello e disse:
Se potessi morire!
Appena pronunciate queste parole, divenne fredda fredda, immobile; e alla mattina le damigelle corsero tutte spaventate a piangere e raccontare al re e alla regina che la principessa era morta.
Il re e la regina dovettero vedere per credere. In quanto al principe, egli non fu contento finch non la tocc, e sent che era fredda come fosse di ghiaccio.
Temeva un inganno: perci disse:
Datemi almeno i suoi capelli.
Egli sapeva che la principessa aveva i capelli fatati, che se si fosse sposata con qualcun altro avrebbero preso il volo per andare a mettersi sotto il velo e la corona nuziale. La regina non voleva che si toccasse la sua figliuola; ma il re, temendo la vendetta del principe Smeraldino, ordin che gli fossero date le treccie bionde della principessa.
E il principe part contento, persuaso che se vi fosse inganno lo scoprirebbe, e chiuse le treccie della principessa in un cofanetto doro.
Alla principessa fecero dei solenni funerali. Quando fu il momento di seppellirla, i becchini apersero la cassa per vedere se cera qualche oggetto da rubare.
Guarda che bel mantello! disse uno nho proprio bisogno, questo  buono per me.
Ed io prender questo anello che ha in dito, disse laltro.
E mentre stava per togliere lanello, che non voleva uscire dal dito, udirono un certo rumore e temendo dessere scoperti, via se ne andarono luno a mani vuote, laltro col mantello fatato, avendo prima gettato qualche manata di terra sulla cassa mezzo scoperta della principessa.
Essa, non avendo pi il mantello, si riscosse, torn viva e usc dalla cassa, gettando via da s la terra che i becchini le avevan posto sopra.
Al primo momento ebbe paura di trovarsi sola in mezzo al cimitero; poi pens che era meglio l che nelle mani di Smeraldino e aspett che sorgesse lalba.
Quando spunt il giorno, usc dal cimitero e incontr una pastorella.
Pastorella, pastorella, vuoi che mutiamo vestiti?
Quelli della principessa erano di seta e la pastorella acconsent.
Pastorella, pastorella, vuoi darmi la tua pecorella?
E tu in cambio che cosa mi dai?
La principessa le mostr lanello che aveva in dito.
Visto che era doro, la pastorella fu tutta contenta, lo pigli e le diede in cambio la sua pecorella.
La principessa, coi capelli tagliati e vestita da pastorella, era certa che non lavrebbero riconosciuta nemmeno i suoi genitori; e cos and lontano lontano, finch trov una casetta ai piedi di un monte e picchi.
Chi ? chiese una voce entro la casetta.
Sono una pastorella che chiede lavoro.
Sai cucinare?
Mingegno.
Sai fare il bucato?
Mingegno.
Allora entra.
La porta saperse e la principessa entr. Si trov in una stanza modesta, dove una vecchietta stava seduta accanto al fuoco.
Ora fammi da cena, le disse la vecchia.
La principessa non sapeva come fare; era la prima volta che ci si provava. Per, per paura dessere scoperta, mise al fuoco la pentola, e cominci a dire:
Bolli, bolli, pentolina,
Finch sia pronta la cena.
Ma la pentola non voleva bollire.
Bisogna attizzare, disse la vecchia.
E la principessa cominci ad attizzare il fuoco, ma non cera avvezza, e si scott un dito.
Essa diede un grido e la vecchia volle vedere.
Hai la manina bianca e piccina, che sembra quella di una regina, disse la vecchia.
Ma la principessa non rispose, e si mise con maggior premura a preparare la cena.
Quando la cena fu pronta, mangiarono tutte e due, poi andarono a riposare.
La mattina appresso, la vecchia disse:
Oggi, mi farai il bucato.
La principessa non sapeva farlo, perch era la prima volta che ci si provava. Ma ella mise coraggiosamente le mani nellacqua calda e si diede con tutta la forza a lavare e insaponare la biancheria.
Quando ebbe lavato un po di roba, saccorse che le sue mani erano rosse e spellate.
Lascia vedere disse la vecchia; hai la manina bianca e piccina che sembra quella duna regina; queste faccende non sono fatte per te.
Ma la principessa non disse nulla e continu a porre in assetto la casa.
Mentre girava di qua e di l, la vecchia diceva, osservando il piede:
Hai un piedino piccino piccino, che sembra quello dun ballerino.
Ma essa non rispondeva e continuava a lavorare.
Pi tardi venne un gran temporale, e la regina, che passeggiava nel bosco, dovette ricoverarsi nella casetta della vecchia.
Quando la principessa saccorse che era sua madre quella che entrava, cominci a tremare dalla paura dessere scoperta. E trem ancor pi al sentir domandare alla vecchia:
E quella ragazza  vostra figlia?
No,  la mia fantesca; ma perch mi fate questa domanda?
Perch avevo anchio una figliuola come quella, ed  morta. Non me ne posso consolare.
Siete ben sicura che sia morta?
Lho accomodata io nella cassa, era tanto bella, aveva una manina piccina piccina, come una bambolina.
E la principessa nascose le sue manine sotto il grembiule.
Poi soggiunse la regina:
Aveva un piedino piccino piccino, come un ballerino.
E la principessa, a quelle parole nascondeva i suoi piedi sotto le gonnelle.
Consolatevi, buona regina, che riavrete la vostra piccina, disse la vecchia.
Davvero? ma quando?
Quando questa campana suoner, quando questa lumaca si muover, quando questo gallo canter.
S dicendo, le diede una campana senza battaglio, un guscio di lumaca e un uovo.
La regina prese quegli oggetti, la ringrazi, poi le disse:
Chiedete quello che volete, fosse pure la met del mio regno, ve la dar.
Mi basta che mi invitiate alle nozze della vostra figliuola, disse la vecchia.
Sar fatto, rispose la regina.
E se ne and tutta contenta, nella speranza di ricuperare la sua figliuola.
Quando la regina se ne fu andata, la vecchia disse alla principessa:
Ti nascondi inutilmente, tu sei la figlia della regina.
Come ve ne siete accorta?
Hai nascosto le tue manine e i tuoi piedini.
Per carit, non mi tradite!
Anzi ti aiuter, ma ascoltami. Ormai sei passata per le prove della terra, dellacqua e del fuoco, e non ti resta che poter penetrare nel Bosco Incantato, incontrare e liberare il principe Grazioso.
Insegnatemi come devo fare.
Prima di tutto dovrai andare sempre dritta per la tua strada senza voltarti indietro; troverai degli intoppi, ma tu devi andare sempre avanti. Porta con te un fascio derba e un sacco di grano. Se incontri animali con quattro gambe, getta lerba; se ne incontri colle ali, getta il grano; e prima di tutto non aver paura.
La principessa prese il fascio derba e il sacco di grano e si mise in cammino. Appena giunta nel bosco, ud delle voci uscire dagli alberi.
Non si passa, non si passa.
E il bosco si fece pi fitto e le foglie si intrecciavano in modo che era faticoso il camminare. Ma la principessa non bad a quelle voci e and avanti.
Dopo alcuni passi le venne incontro una truppa di asinelli che gridavano:
Ih, Ih, Ih
Qui no, qui no, qui no.
Essa gett loro il fascio derba e and avanti.
Trov poi una schiera di galli, galline, anitre e oche che gridavano a squarciagola:
No qua, no qua, no qua.
No qui, no qui, no qui,
Va l, va l, va l,
Va gi, va gi, va gi,
Cu c, cu c, cu c.
La povera principessa era stordita, ma non si perdette di coraggio e vuot in terra il sacco di grano.
Tutti quegli animali si diedero a beccare il grano ed essa pot tirare innanzi.
Ad un certo punto si trov davanti ad una barriera di serpenti, rospi, lucertole, scarafaggi ed altri rettili che le sbarravano la via. Essa non aveva avuto istruzioni dalla vecchia per tale specie di animali, e non sapeva come fare, perch non aveva pi erba e non aveva pi grano. E se voleva andare avanti doveva mettere i piedini su quei rettili e schiacciarli; ma ne aveva schifo e paura.
Per sentiva dietro di s una vocina che le diceva:
Lesta, lesta,
Pesta, pesta.
Doveva essere la voce della vecchia: si fece coraggio e cominci a pestare coi suoi piedini quegli orribili animali. Mano mano che pestava qualche bestia, ne uscivano delle belle fanciulle, che tutte allegre si mettevano a correre in mezzo alle piante.
Erano le ninfe del bosco che per virt della principessa avevano acquistata la loro libert.
E la principessa andava sempre avanti. Era giunta la notte e vedeva in mezzo al bosco come una stella che guidava i suoi passi. Quando fu vicino a quella stella, saccorse che era come un globo di fuoco che illuminava latrio di un palazzo. Essa entr e si trov in una gran sala, alla presenza del principe Grazioso, che se ne stava seduto sopra un divano, tutto circondato dalle ninfe del bosco.
Appena vide entrare la principessa, Grazioso le corse incontro e la chiam sua liberatrice.
Ero stanco disse di stare in questa prigione dorata, e sono tutto lieto di veder giunto il momento della mia liberazione.
Usciamo di qua, disse la principessa.
Non si pu, rispose il principe, se non troviamo il mantello incantato.
Lho avuto, ma me lhanno rubato, disse la principessa.
Da chi lavesti?
Da Rospino.
E Rospino lo deve trovare.
Il principe Grazioso chiam il genietto, chegli aveva per domestico:
Pino, Pino, Pino.
Si present un bambino colle ali.
Va a vedere dov Rospino.
Il genietto vol via e ritorn poco dopo dicendo che Rospino era in Portogallo.
E il mantello incantato?
Si trova pure in Portogallo sulle spalle del becchino che lo ha rubato.
Prima, il genietto aveva servito il principe, ma non poteva uscire dal bosco; or che lincanto era rotto, poteva girare il mondo.
Infatti il genietto strapp via il mantello dalle spalle del becchino, mentre questi dormiva, e lo port su quelle di Rospino, il quale, quando saccorse daver di nuovo il mantello incantato, desider ritornare dalla sua principessa per vedere che ne fosse avvenuto e come mai savesse lasciato rubare il mantello, e si trov subito nel bosco, presso la principessa e il principe Grazioso.
Essi gli fecero grandi accoglienze, e il giorno appresso, appena spuntata lalba, fecero stendere a terra il mantello, vi salirono sopra tutti e tre, cio il principe, la principessa e Rospino, e dissero:
Mantello, mantello,
Vola come un uccello,
E ci porta immantinente
Alla corte del re Possente.
Il mantello si alz e via condusse tutti e tre presso al palazzo del re Possente, ma il cancello era chiuso e non poterono entrare.
Intanto la regina si svegli e ud la campana senza battaglio, che teneva nella sua camera, suonare tuttad un tratto:
Don, don, don, da,
La principessa  qua.
E la lumaca correre per la camera con una fretta che non si sarebbe mai aspettata da un simile animale.
Poi vide uscire dal guscio duovo un galletto che cantava allegramente:
Chicchirich, chicchirich, chicchirich,
La principessa  qui.
Poich la campana suonava, il gallo cantava e la lumaca correva, bisognava proprio dire che la principessa fosse vicina.
La regina si vest in fretta e usc dal palazzo.
Appena il cancello fu aperto, la sua figliuola le salt al collo e le present il principe Grazioso e Rospino.
Alla regina non parea vero daver ricuperata la figlia e promise di darla in isposa al principe Grazioso; anzi avrebbero fatto subito le nozze.
Per, prima bisognava mandare ad invitare la vecchia che le aveva dato la notizia che la figlia era ancor viva.
Mand un messo ad invitarla e si fecero i preparativi per le nozze.
Quando arriv la vecchia e tutto fu pronto, la principessa si vest con un abito bianco intessuto di fili di argento, e coperta da un velo bianco and al tempio, dando il braccio al principe Grazioso. Tuttad un tratto, mentre si dirigevano al tempio, tutti guardarono in alto e videro comparire le treccie bionde della principessa alle quali stava attaccato con ambedue le mani il principe Smeraldino, che volava verso la principessa come un uccello. La principessa, appena saccorse dellarrivo di Smeraldino, cominci a tremare dalla paura. Anche il principe Grazioso non sapeva da che parte voltarsi ed era divenuto bianco come un cencio lavato.
Ma cera l presso la vecchia che aveva aiutato la principessa, e disse:
Coraggio! ci sono io.
Infatti, quando il principe Smeraldino fu quasi a terra, la vecchia tocc le treccie bionde col suo bastone.
Le treccie andarono in fiamme col principe Smeraldino, il quale appena vide la vecchia grid:
La mia nemica mha veduto;
Son perduto, son perduto.
E da quel momento il principe Smeraldino si cambi in una cometa, e la coda luminosa fu formata dalle treccie della principessa.
Sar la vostra stella, disse la vecchia. Quando la vedrete splendida non avrete nulla a temere; se la vedrete offuscarsi, venite da me che vi aiuter.
E s dicendo scomparve.
Gli sposi, passato questincidente, non ebbero pi nulla a temere, furono felici e contenti per tutta la vita; e la notte brillava sul loro palazzo la cometa pi bella che mai.
Vollero dare un premio anche a Rospino, che li aveva tanto aiutati e gli chiesero che cosa desiderasse.
Egli desider di possedere il castello del re, che era situato proprio nelle vicinanze della sua famiglia, e il re glielo diede.
Rospino arriv al suo castello in un grande equipaggio tirato da quattro bellissimi cavalli coi finimenti doro e con un gran seguito di servi e bagagli.
Quando pass per il suo paese, tutti vennero fuori dalle loro case e gli cavarono tanto di cappello facendo un mondo dinchini; ma nessuno lo riconobbe, nemmeno i suoi parenti, i quali, dopo che era partito lui, che lavorava pi di tutti, erano diventati miserabili.
Egli prese possesso del castello, e il giorno appresso vide venire una quantit di poveri a chiedergli lelemosina. Fra gli altri venne un suo cugino.
Signore, fatemi la carit.
Straccione sei e straccione resterai!
Egli cap che era Rospino e se ne and via tutto confuso.
Ne venne un altro pi tardi.
Signore, fate la carit.
Pigrone sei e pigrone resterai!
Cap che era Rospino e se ne and confuso.
Un giorno capit al castello la sua cugina Rosa per vendere un cesto duova.
Mi vuoi sposare? le disse Rospino.
Rosa era tutta confusa e non voleva credere ai suoi occhi.
Io sono il tuo cugino Rospino; quando ero povero, non mi hai disprezzato, ed ora che sono ricco voglio ricompensarti.
Rosa accett. Fecero grandi feste e splendide nozze con numerosi inviti, e gli altri parenti creparono di rabbia e stettero a rodersi le dita.
...
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...
IL FIGLIO DEL RE.
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...
Cera una volta un re e una regina, i quali erano disperati di non aver figliuoli, e specialmente la regina piangeva piangeva che era uno strazio.
Un giorno pens di andare a domandare alla fata Sabina in che modo potrebbe aver figli.
A questo scopo si mise in viaggio con molti carri pieni di regali e con dei sacchi di monete doro, e arriv nel regno della maga Sabina, che era poco lungi dal suo. Il regno della maga Sabina si trovava in mezzo ai boschi, cogli alberi alti alti da toccare il cielo. Gli abitanti consistevano in rospi, ranocchi, maiali, cani, gatti, scimmiotti, e altri animali strani che avevano la testa di leone e di tigre, le braccia e il corpo come persone.
La maga Sabina abitava in una grotta guardata da due sfingi, animali colla testa di donna e il corpo di leonessa. Dentro la grotta poi saltavano rospi, ranocchi, sorci ed altre simili bestie schifose.
La maga Sabina era seduta sopra un trono di pietra ed aveva davanti una caldaia che bolliva, bolliva sempre, e nella quale rimestava con una bacchettina che teneva in mano.
Appena vide comparire la regina col suo seguito si mise a borbottare e la sua faccia si rabbui; ma quando vide i bei regali che le portava, si calm e le chiese che cosa volesse.
Bramerei avere un figliuolo, disse la regina.
La maga rimest nella caldaia, ne trasse un pizzico di miglio, poi le disse:
Mangia questo miglio
E avrai un figlio.
La regina mangi il miglio e se nand tutta felice allidea di aver finalmente lerede tanto desiderato.
Infatti, in capo a nove mesi le nacque un bel figliuolo, che chiamarono Desiderato; e non vi so dire lallegria che si fece alla corte in quelloccasione.
La regina per volle ancora consultare la fata Sabina sullavvenire del suo figliuolo, e la maga non le rispose che queste parole:
Ti dar molto da fare,
Se lo vuoi un d sposare.
C tempo, disse la regina, e non pens pi alla profezia della maga. Per il principe Desiderato aveva dei capricci, e qualche volta si chiudeva nella sua camera e non si lasciava vedere da nessuno; qualche altra si metteva in capo una cosa e, volere o non volere, dovea esser quella.
Il re e la regina non osavano negargli nulla, ma simpensierivano di quel carattere tenace e capriccioso.
La regina ritorn per la terza volta dalla maga Sabina, e questa non le rispose altro che
Ti dar molto da fare,
Se lo vuoi un d sposare.
C tempo! disse la regina.
Il principe Desiderato aveva allora quindici anni, e non ci pens pi.
Per giunse allet di venti anni e il re desiderava che si sposasse per vedere continuata la loro stirpe, ed anche la regina, che si rammentava la profezia della maga, non vedeva lora che un simile avvenimento fosse compiuto, tanto per non pensarci pi. Il re parl del suo progetto al principe e gli disse:
 tempo che tu ti scelga una sposa.
Non mi voglio sposare, disse il principe.
Perch? chiese suo padre.
Son troppo difficile daccontentare, rispose il principe.
Allora il re pens di riunire in una sala del suo palazzo dodici principesse, una pi bella dellaltra, per vedere se ce ne fosse una che andasse a genio al suo figliuolo.
Infatti, tutte e dodici erano belle, ma ce nera una che le superava tutte, ed era la principessa Stella; essa si teneva certa dessere la preferita, ed anche le altre conoscevano la sua superiorit ed erano pronte a cederle la palma.
Quando furono tutte riunite nella sala del palazzo reale, il re disse al principe:
Entra, e vedi se ce n una che ti possa piacere.
Il principe entr, diede unocchiata a tutte, ma gli parve che non valesse la pena di osservarle troppo; quando fu presso alla principessa Stella si ferm. Questa si teneva certa dessere scelta dal principe, ma egli le guard le spalle, e disse: non ha ali, non la voglio e usc dalla sala lasciando il re, la regina e tutte le principesse sorprese di questo suo modo.
Mi vendicher, disse la principessa Stella.
E lasci adirata assieme alle sue compagne il palazzo reale.
Il re e la regina aspettarono che passasse un anno, poi tornarono a dire al principe Desiderato:
Sei gi vecchio, devi pensare a prender moglie.
Non mi voglio sposare, disse il principe.
Perch? chiesero il re e la regina.
Sono difficile daccontentare, soggiunse il principe.
Ma il re anche questa volta decise di far venire altre dodici fra le pi belle principesse perch fra tante il principe potesse sceglierne una.
Egli le fece radunare nella pi bella sala del suo palazzo; erano tutte belle, ma specialmente la principessa Luna superava tutte, e si teneva certa dessere la preferita.
Il principe Desiderato entr nella sala come la prima volta, diede intorno unocchiata e si ferm innanzi alla principessa Luna, la fece voltare, le osserv le spalle, poi disse: non la voglio perch non ha le ali e se nand via lasciando il re, la regina e tutte le principesse sorprese e adirate, specialmente la principessa Luna, che decise di vendicarsi.
Pass ancora un anno, e poi il re chiam il principe Desiderato e gli disse che assolutamente doveva decidersi a prender moglie, che cos non poteva tirare innanzi, occorrendo che la sua stirpe continuasse; altrimenti il trono andrebbe in mano ai suoi nemici.
Ed io non mi voglio ammogliare, disse il principe.
Ma per qual ragione?
Son troppo difficile daccontentare.
Il re si strappava i capelli dal dispetto, ma decise di fare un altro tentativo.
Fece venire dai paesi pi lontani dodici delle pi belle principesse, le quali erano tanto belle che di meglio non si poteva trovarne: fra esse poi cera la principessa Sole, che si teneva certa dessere scelta, perch era tanto bella che la sua bellezza abbagliava la vista.
Quando le principesse furono tutte radunate nei giardini reali apparivano tanto belle che vedendo il principe scendere la gradinata che conduceva ai giardini, il re e la regina dissero:
Ora egli non potr fare a meno di decidersi.
Che stupendo spettacolo quelle leggiadre fanciulle schierate in mezzo ai fiori! Per un momento il principe rimase meravigliato, poi diede loro unocchiata, savvicin alla principessa Sole, le guard le spalle e disse:
Non ha le ali, non la voglio.
Il re, la regina e tutte le principesse rimasero immobili come statue a quelle parole, e la principessa Sole ne fu tanto indignata che decise di vendicarsi.
Se il principe Desiderato non fosse stato lunico figliuolo e lunico erede al trono, il re lo avrebbe condannato a morte, tanto era adirato contro di lui; ma la regina disse che ci doveva esser sotto qualche mistero, e decise di scoprirlo.
Cominci a tener il principe in osservazione, senza che egli se naccorgesse; lo seguiva da lontano quando egli andava a passeggio, e cercava di guardare dalla toppa della serratura quando stava ritirato nella sua stanza, per vedere quello che faceva. Osserv che la sera si ritirava per tempo nella sua camera; cerc di vedere ci che facesse, ma non cera caso, perci davanti alluscio scendevano delle pesanti tende di velluto che egli aveva cura di tenere sempre abbassate. Non potendo vedere, la regina tese lorecchio e ud delle voci, dei canti, dei suoni, e il principe che parlava; eppure doveva esser solo.
Voglio sapere con chi parla, disse la regina.
E ordin che il giorno appresso si facesse di nascosto del principe un buco nella parete in modo da veder dentro alla camera, ma tanto piccino da non esser veduto, e decise di andare col re e con tutta la corte a scoprire quel mistero.
Infatti la sera quando il principe si ritirava nella sua camera, egli chiamava: Farfallina! Farfallina!
E una farfallina, rimasta tutto il giorno attaccata alle frangie del baldacchino, volava sulla poltrona accanto a quella del principe, egli avvicinava il lume alle ali della farfalla, ed ecco la farfalla si cambiava in una bella fanciulla; e il pi meraviglioso erano due belle ali variopinte attaccate alle bellissime spalle.
Il principe, dopo essere stato alquanto tempo a guardarla, le dava un liuto, ed essa suonava e cantava cos dolcemente, che la sua voce scendeva proprio al cuore.
Il principe stava in estasi ad osservarla, e quando aveva finito di cantare le diceva: Ancora, Farfallina, ancora!
Ed essa cantava ancora e sempre cos fino allalba. Allora essa ritornava farfalla ed il principe andava a letto.
Erano tre anni che il principe passava le notti in quel modo e non voleva dire a nessuno il suo segreto, perch allora lincanto sarebbe stato rotto e Farfallina avrebbe dovuto ritornare al suo regno.
Il principe le domandava ogni sera se volesse sposarlo.
Volentieri, diceva Farfallina, ma appena  combinato il matrimonio, io fuggo da te, ritorno nel mio regno e tu devi venire a prendermi.
Ci verr subito.
Non  tanto facile. Per venire nel mio regno bisogna viaggiare tre anni, tre mesi e tre giorni senza fermarsi e senza voltarsi indietro; se uno si ferma o si volta,  finita; fosse pure al termine del viaggio, deve ricominciare.
Io non mi volter e non mi fermer, disse il principe, ma ora non voglio che scappi, piuttosto preferisco continuare cos; non posso stare senza vederti tutti i giorni.
Una notte, nel mentre Farfallina cantava, udirono un certo rumore dietro luscio.
Farfallina tacque e cominci a tremare come una foglia.
Il principe and a vedere e ritorn dicendo;
Non temere, non c nessuno.
Un pericolo ci minaccia, disse Farfallina; per me non ho paura, volo nel mio regno, ma tremo per te.
Infatti, poco dopo luscio si aperse con impeto ed entr il re, la regina e tutta la corte.
Fu come il lampo, lincanto era rotto, la bella fanciulla si cambi di nuovo in farfalla e vol via, e al principe parve che in quellistante gli si strappassero le viscere.
Ora capisco perch non volevi sposarti, gli disse il re; ma ricordalo bene, o fra un anno scegli la tua sposa o non ti voglio pi riconoscere per figlio.
Il principe non disse nulla e il giorno dopo part in cerca del paese delle farfalle.
Cammina, cammina cammina; sempre si dirigeva verso il posto dove sentiva laria profumata e vedeva le farfallette svolazzar tra i fiori.
Erano gi passati tre anni, mancavano soltanto i tre mesi e i tre giorni, ed egli era tutto felice di toccar presto la meta. Quando giunse nel Regno delle Api era tanto affamato che non poteva reggersi in piedi.
In quel regno tutte le case erano di miele, i campanili di zucchero, i mobili di cioccolatte, e degli archi trionfali eran formati di ciambelle. Poi tutti gli abitanti gli correvano incontro con dei piatti di cera pieni di zuccherini, che facevano venire lacquolina in bocca. Figuratevi poi il principe che era affamato tanto da non tenersi in piedi!
Egli non seppe resistere; si ferm, stanco comera, per mangiare una ciambella. Per ebbe a pentirsene. Appena fu sazio si trov al primo punto di partenza; il viaggio era tutto da rifare.
Cammina, cammina, cammina; questa volta era proprio deciso di andar sempre avanti e non fermarsi a nessun costo. Infatti, erano tre anni e tre mesi che camminava; non ne poteva pi, e si vedeva vicino alla meta, quando vide una folla di gente che correva per assistere ad una caccia che dava il re. Egli era appassionatissimo della caccia, non seppe resistere, and a caccia anche lui ed ebbe molti onori perch riusc ad uccidere un cervo superbo.
Ma il viaggio, dopo laccaduto, era tutto da ricominciare.
Non si sgoment e torn ancora a mettersi in cammino, ripromettendosi di non cadere per la terza volta e di toccare alfine la meta che tanto sospirava.
Cammina, cammina cammina; era quasi al termine del suo viaggio, quando un giorno attraversando un bosco ud dei lamenti, dei gridi; non seppe resistere e si volt. Il viaggio era ancora da ricominciare.
Questa volta prese le sue precauzioni; si tur le orecchie con del cotone, port con s molti viveri e tir innanzi per la sua via senza fermarsi e senza voltarsi indietro.
Cammina, cammina, cammina; giunse finalmente ai confini del Regno delle Farfalle.
Bisogna sapere che quel regno era collocato sopra un monte tanto fiorito, che sembrava un immenso mazzo di fiori, intorno al quale svolazzavano delle farfalle variopinte colle ali doro e dargento, che al vederle ai raggi del sole abbagliavano la vista. Per intorno al monte cera un precipizio, e chi voleva entrare nel Regno delle Farfalle doveva scavalcarlo con un salto.
Il principe Desiderato, quando si trov davanti a quel precipizio, esit un momento atterrito; ma poi pens alla bella farfallina che avrebbe presto riveduto e spicc il salto. Ma il Regno delle Farfalle era troppo lontano e cadde nel precipizio.
Fortunatamente, in fondo a quel precipizio cera una quantit di borraccina che ammorz il colpo, ed egli non si fece alcun male.
Per non sapeva come raggiungere la cima del monte, e piangeva piangeva in guisa da far piet ai sassi.
Un pipistrello che si trovava laggi si mosse a compassione e gli disse:
Attccati alle mie ali.
Il principe cos fece. Il pipistrello stese lali alle quali era attaccato il principe e lo port in tal modo alla cima del monte da dove era partito, perch le ali del pipistrello non potevano avvicinarsi al Regno delle Farfalle.
Ed ora che cosa devo fare? chiese il principe al pipistrello, aiutami ad entrare nel Regno delle Farfalle.
Non posso, chiedilo alla prima biscia che incontri, ed essa ti aiuter.
Il principe vide infatti una lunga biscia che veniva verso di lui.
Aiutami, disse il principe.
La biscia si slanci colla testa attraverso il precipizio fermandosi nel Regno delle Farfalle e formando un ponte.
Il principe vi cammin sopra come su una strada, e giunse finalmente nel regno tanto desiderato.
Al primo momento si vide venir incontro una schiera di farfalle che gli svolazzavano intorno per fargli festa, poi savviarono in lunga fila in mezzo alle piante fiorite come per insegnargli la strada. Egli pass in mezzo ad archi formati dai fiori pi belli, che mandavano intorno un dolce profumo, e giunse presso ad una specie di tempio tutto formato di ghirlande di fiori.
Era la casa della principessa Farfallina.
Appena fu arrivato egli si mise a chiamare Farfallina.
Farfallina, il tuo principe taspetta.
E venne fuori una bella farfalla, la pi bella di tutte, e si pos sul naso del principe.
Sono venuto a sposarti, disse il principe.
Lincanto era rotto, e la farfalla si trasform in una bella fanciulla, ma dietro alle spalle aveva sempre due piccole ali doro.
Andiamo dai miei genitori, disse il principe Desiderato.
Prima bisogna che tu faccia la pace colle principesse che hai rifiutato e che hanno giurato vendetta.
E come devo fare? chiese il principe Desiderato.
Andiamo insieme a trovarle e a fare la pace, rispose Farfallina.
Anche in capo al mondo, se vuoi, soggiunse il principe.
Allora Farfallina ordin che tutte le farfalle si preparassero alla partenza.
La casa di fiori fu trasformata in un cesto fiorito, dove Farfallina entr insieme al suo principe: poi tutte le farfalle circondarono il cesto e colle loro ali lo sollevarono e lo trasportarono attraverso lo spazio.
In tutti i paesi dove passavano, gli abitanti restavano a bocca aperta nel vedere trasportato per aria quellarnese di nuovo genere: quando era lontano lo credevano un uccello mai visto, quando poi lo potevano distinguere meglio, restavano meravigliati di tanta bellezza.
Il principe e Farfallina erano sdraiati in mezzo ai fiori come su un trono, e tutte le migliaia di farfalle che cerano intorno formavano coi colori e collo splendore delle ali come una fascia luminosa che era una meraviglia. Qualche volta un fiore cadeva sulla via e le fanciulle pi belle se lo disputavano; qualche altra era una farfalletta che si sentiva stanca e si fermava per raggiungere pi tardi le compagne.
Quando arrivarono dove dimorava la principessa Sole, Farfallina e Desiderato scesero, e porgendo alla principessa una rosa il principe le disse:
Il principe Desiderato te la dona e ti chiede perdono daverti rifiutata. Domani passer di qui il re di Portogallo, tu porgigli la rosa, ed egli ti sposer; io non ho potuto perci ero impegnato con Farfallina.
E la principessa Sole, in segno di pace, lasci cadere nel cesto dei fiori uno dei suoi raggi, ed essi proseguirono il loro giro illuminati da quel raggio, pi belli di prima.
Si fermarono nel regno della principessa Luna; Desiderato diede alla principessa una camelia bianca e le disse:
Se tho rifiutata, perdonami, ero impegnato con Farfallina; prendi questo fiore in segno di pace. Domani passer il re del Marocco, tu porgilo a lui ed egli ti sposer.
La principessa Luna, in segno di pace, illumin con uno dei suoi raggi il principe Desiderato, che divenne pi bello di prima, e prosegu il suo cammino.
Quando giunse presso alla principessa Stella si ferm.
Discese dal cesto fiorito e le porse un gelsomino dicendole:
Perdonami, principessa Stella, se ti ho rifiutato, ma ero impegnato con Farfallina; ed ora prendi questo fiore in segno di pace. Domani passer di qui il re di Spagna, tu porgilo a lui, ed egli ti sposer.
La principessa lo ringrazi, e in segno di pace gli fece brillare una stella in mezzo alla fronte, tanto che il principe divenne cos bello che non si riconosceva pi, e prosegu il suo cammino assieme alla sua principessa per andare a trovare i suoi genitori.
Li trov che lo piangevano morto e non potevano darsi pace della sua mancanza. Quando lo videro scendere dal cielo in mezzo ai fiori, non potevano nemmeno credere ai propri occhi, tantera la loro consolazione!
Gli apersero le braccia e accettarono per figlia la principessa Farfallina, la quale si mostr verso di loro oltremodo buona e compiacente, e quando si trattava di render loro un servigio volava colle sue ali doro per far pi presto; ed essi erano felici, e dicevano al loro figlio che aveva avuto tutte le ragioni a volere una sposa colle ali.
...
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...
Si fecero le nozze con molte feste, alle quali intervennero le principesse Sole, Luna e Stella, che erano gi diventate regine. In quelloccasione vi furono mazzi di fiori grandi come montagne, illuminazioni con raggi di sole, di luna e di stelle, balli, cene e pranzi; tutti si diedero alla pazza gioia, e noi invece abbiamo dovuto restarcene tranquilli a morir dalla noia.
...
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...
GIANFORTE.
...
.
...
Viveva in un paese lontano lontano un falegname il quale diceva sempre:
Io sono povero, ma se avr figliuoli voglio che siano fortunati.
Quando sua moglie ebbe il primo figlio volle che la madrina fosse una fata, che vedeva tutti i giorni passare da casa sua.
Cos gli far un bel regalo pens il poveruomo.
La fata accett, e quando fu il momento di mettergli un nome, disse:
Gli faccio dono della bellezza, perci lo chiamerete Bello.
Il bambino divenne infatti bello come il sole, ma i suoi genitori non erano contenti, e dicevano sempre: La bellezza  cosa da guardare, ma non da mangiare, la fata  stata poco generosa; se ci avesse dato un sacco di quattrini sarebbe stato meglio.,,
Per si confortavano perch presto avrebbero avuto un secondo figlio.
Presero per madrina unaltra fata, non volendo fargli torto.
Quando fu il momento di dargli un nome, la fata disse:
Gli regalo la sapienza, perci si chiamer Savino.
Infatti, il fanciullo dopo pochi mesi cominci a parlare e a ragionare chera una meraviglia, ma i suoi genitori non erano punto contenti e dicevano: Un sapiente  bello sentirlo a parlare, ma c poco da guadagnare,, e quasi si pentirono daver voluto le fate per madrine dei loro figliuoli.
Per, quando nacque loro un terzo figlio, acci non fosse diverso dagli altri, pregarono ancora una fata che gli facesse da madrina e su questa fondavano molte speranze perch in paese aveva fama di essere molto generosa.
Quando fu il momento di mettergli il nome, la fata disse:
Regalo al mio figlioccio la forza, perci lo chiamerete Gianforte.
E il fanciullo in pochi giorni crebbe forte e robusto come un toro, ma i suoi genitori non erano contenti e dicevano: Con tutte le nostre fate i nostri figliuoli non saranno pi ricchi di quelli dei nostri vicini,,.
Ma ormai non cera pi rimedio, bisognava tenerli come le loro madrine avevano destinato.
Intanto crescevano tutti e tre, e se Bello era ammirato da tutti, se tutti stavano ad ascoltare Savino a bocca aperta, come se le sue parole fossero doro, Gianforte non aveva paura di nessuno e faceva tremar tutti.
E nessuno nel paese avrebbe avuto coraggio di sparlare del falegname e della sua famiglia, ch Gianforte li avrebbe potuti prendere colle sue mani come tra tenaglie e tirar loro il collo come a pollastri.
Bello era innamorato della sua bellezza, e quando girava per la campagna stava sempre a contemplarsi nei ruscelli e negli stagni e non faceva altro che coglier fiori.
Savino stava sempre col libro in mano e diceva che studiava il modo di fare un giorno ricca la sua famiglia, leggeva leggeva e non concludeva mai nulla.
Invece Gianforte lavorava per dieci, colla forza delle sue braccia schiantava gli alberi e preparava le tavole che servivano per i lavori di suo padre, e se si metteva lui a lavorare, faceva dei mobili tanto solidi, che avrebbero potuto resistere fino alla fine del mondo.
Intanto si parlava che in paese cerano i briganti e tutti tremavano dalla paura: le donne, poi, si chiudevano in casa con tanto di chiavistelli e non avevano coraggio di uscirne.
Gianforte, quando udiva parlare di briganti, alzava le spalle e si metteva a ridere.
Aveva ancora da nascere chi doveva far paura a lui; era curioso di vedere come fossero fatti quei briganti che facevano tremare tutti, anzi sarebbe stato contento di tremare anche lui un pochino, ma era certo di non riuscirvi.
Quei briganti avevano portata la desolazione in paese; nessuno osava pi mettere il naso fuori di casa, ed era una cosa che rattristava lanimo.
Voglio proprio andar nel bosco ad incontrarli questi briganti, disse un giorno Gianforte.
Sei pazzo, disse la madre, che lo amava pi degli altri suoi figli, sarebbe come andarti a mettere in bocca al lupo.
Ho deciso, domani vado nel bosco e, se vogliono, vi conduco anche i miei fratelli, rispose Gianforte.
Bello faceva segno di no col capo. Egli, da quando cerano nelle vicinanze i briganti, stava sempre a letto e ad ogni piccolo rumore cacciava la testa sotto alle coltri dalla paura, non sarebbe uscito di casa nemmeno se suo fratello lo avesse trascinato con una corda come un cagnolino.
In quanto a Savino, egli non stava a letto perci diceva che il saggio non deve temere la morte, ma poi soggiungeva: Chi va incontro al pericolo in quello perir. Chi vuol salva lesistenza deve avere gran prudenza,, e cos di seguito, predicava predicava, ma non si muoveva.
Gianforte and solo nel bosco.
Cammina, cammina, i briganti non si vedevano.
Li avranno sognati! pens Gianforte e prosegu la sua strada.
A un certo punto, passando vicino ad una grotta, ud un rumore di voci e stette ad ascoltare. Erano i briganti che concertavano di andare nella notte a saccheggiare tutto il villaggio.
Sono paurosi come tanti pulcini, dicevano. Sar facile impadronirci dei loro averi in questa notte. Tutto il buono che c in paese sar nostro.
Il primo pensiero di Gianforte fu di entrare nella grotta e ucciderli tutti, ma poi pens che era solo e forse la sua forza non avrebbe potuto lottare col numero dei suoi nemici, e ricordandosi i consigli di prudenza di suo fratello Savino, pens di aspettarli alluscita di quella grotta. Limboccatura ne era tanto stretta che avrebbero dovuto passare ad uno ad uno, e cos la vittoria gli sarebbe stata pi facile.
Infatti, ad una certora, vide venire un brigante con un ceffo che metteva spavento, armato fino ai denti.
Quando saccorse dun uomo che lo aspettava, il brigante stacc dalla cintura un pugnale, ma Gianforte non gli lasci il tempo di servirsene; in un batter docchio gli fu addosso, gli tolse il pugnale di mano, glielo cacci nel petto e lo stese a terra morto.
Il brigante diede un grido che fece uscire tutti i suoi compagni dalla grotta, ma Gianforte non si sgoment. Ad uno diede un calcio, che lo fece volare tanto in alto, che le sue vesti simpigliarono in un ramo duno degli alberi pi alti della foresta e rimase l penzoloni come uno straccio; ad un altro diede uno spintone, che lo mand a ruzzolare lontano sopra i sassi: ad un quarto diede un pugno cos forte sulla testa, che il suolo cedette sotto ai piedi del brigante, e fu ingoiato da una buca; al quinto tagli la testa con un sol colpo; al sesto spacc il ventre. A tal vista gli altri briganti ebbero tanto spavento, che non ardirono pi uscire dalla grotta perch credevano che nel bosco ci fosse un reggimento di soldati.
Allora Gianforte colle sue braccia stacc un gran masso da una montagna vicina col quale chiuse lapertura della grotta e disse:
Eccovi sepolti vivi, oramai il paese  salvo.
E formata una specie di slitta co rami e le foglie secche degli alberi vi depose i cadaveri dei briganti uccisi, li trascin al villaggio, dove trov sua madre che piangeva per tema che fosse stato trucidato dai briganti. Savino andava intanto dicendo:
Il pianto a nulla giova,
Chi non  morto si ritrova.
Ma nessuno aveva coraggio dandare in cerca di Gianforte. Quando poi lo videro venire coi cadaveri dei briganti, allora, cominciando dal sindaco, tutti gli corsero incontro e lo portarono in trionfo, perch aveva liberato il paese da quel pericolo.
Ma dopo qualche tempo, visto che i briganti non avevano pi il coraggio di venire da quelle parti, Gianforte sannoiava di restarsene inoperoso, e disse che voleva andare a girare il mondo per cercar fortuna e vedere se ci fosse qualcuno pi forte di lui che lo facesse tremare.
I suoi genitori non volevano, e nol volevano nemmeno i suoi fratelli, perch fino a che cera lui in casa si sentivano sicuri e non avevano paura di nulla. Ma egli aveva deciso e disse ai fratelli:
Che cosa volete che vi porti?
Portami una bella sposa, rispose Bello.
Portami una sposa saggia, disse Savino.
Sarete serviti, rispose Gianforte, e part.
Egli prese le strade pi deserte, quelle in mezzo ai boschi, nella speranza di incontrare qualche pericolo. Trov soltanto un vecchio che conduceva un asino carico di sacchi di grano, ma che non voleva andare avanti, e il povero vecchio non sapeva come fare.
Ti aiuter io, disse Gianforte.
Si pose sulle spalle lasino coi sacchi, e port ogni cosa alla dimora del vecchio.
Il vecchio per mostrargli la sua gratitudine, voleva dargli alloggio in casa sua, ma Gianforte non volle accettare e prosegu la sua via.
Trov per istrada alcuni carrettieri, che gli domandarono:
Dove vai?
Vado a girare il mondo e vedere se c qualche cosa che mi faccia tremare.
Va al ponte dei fantasmi e tremerai.
Dov il ponte dei fantasmi?
Volta a destra e va sempre dritto finch troverai un ponte; quando sei l aspetta che venga la notte, e poi ti so dire che se non hai tremato tremerai davvero.
Gianforte si mise a ridere e and verso il ponte.
Al tramonto del sole non cera intorno anima viva; tutti si tappavano nelle case perch avevano paura dei fantasmi.
Gianforte si nascose dietro una siepe e stette ad aspettare.
Ad un certo punto vide venire da alcuni cespugli tre fantasmi lunghi lunghi, bianchi bianchi, che trascinavano dei bastoni che facevano un rumore simile a quello di carri in mezzo ai sassi. Certi che non cera in giro nessuno, savvicinarono agli alberi e staccarono le frutta pi belle, tolsero i pi bei grappoli dalle viti, e portarono la distruzione nei campi seminati e nelle ortaglie; pareva che in quei campi fosse passata la tempesta. Dopo aver ben riempito un carro che trascinavano seco, fecero per andare dalla parte donde erano venuti; ma Gianforte in un salto fu sopra di loro, li prese per il collo lun dopo laltro e li leg agli alberi dopo aver strappato dalla loro persona le lenzuola che servivano a trasformarli in spettri. Erano ladri che approfittavano della paura di quei contadini per rubare a man salva. Pregarono Gianforte che li lasciasse liberi; ma egli and in citt a prendere le guardie e li fece mettere in prigione. Gli abitanti di quel paese volevano portarlo in trionfo, ma egli scapp via in cerca di altre avventure.
Cammina, cammina, cammina, arriv in un regno che una volta era quello della gioia e tutta un tratto sera trasformato nel regno del pianto. Tutti gli abitanti che incontrava erano vestiti di nero e piangevano, le citt erano tutte in lutto e le campane mandavano un suono lugubre come di lamento.
Gianforte domand alla prima persona alla quale si avvicin, perch piangevano tutti.
Perch un destino crudele perseguita il nostro regno.
Ditemi qual  questo destino, che forse vi aiuter.
 impossibile, andreste alla morte come, gli altri che hanno tentato di liberarci.
Ditemi questo destino.
Bisogna sapere che il nostro re una volta, andando a caccia, uccise per isbaglio la figliuola della fata boscosa, che girava per il bosco cambiata in cervo, e la fata, per vendicarsi, colpisce tutte le fanciulle del nostro regno quando giungono allet di diciotto anni. Non c mezzo di salvarle, quando arrivano a questet, anche se sono chiuse in una stanza, viene la fata per la toppa della serratura, per la cappa del camino, per la finestra, trasformata in uccello, in sorcio o in mosca e le porta via. Ha incominciato dalle tre figlie del re, che erano belle come il sole. Il re ha promesso la sua corona e la mano della pi bella principessa a colui che riuscisse a salvarle e a rompere lincanto; ma quelli che sono andati non sono pi tornati indietro e ormai abbiamo perduto ogni speranza. Perci, questo che era il regno della gioia,  divenuto il regno del pianto.
Mi prover io, disse Gianforte.
 inutile, vi lascereste la vita.
Vedremo: intanto conducetemi dal re.
Quando fu alla presenza del re e della regina, che piangevano sempre le loro figliuole, Gianforte disse che voleva andare a liberarle.
Il re lo guard e rispose:
Povero giovane, tu vuoi andare alla morte.
Voglio tentare, disse Gianforte, voglio almeno vedere se son capace di tremare, perch non ha mai avuto paura e non ho tremato mai in vita mia..
Quand cos, provati, disse il re; ma sai tu quello che ci vuole, secondo loracolo, per salvar la principessa e rompere lincanto della fata boscosa?
Che cosa ci vuole? chiese Gianforte.
Ecco le parole delloracolo. Per vincere la fata boscosa ci vuole:
Spada di regnante,
Luce di diamante,
Testa di gigante,
Fuoco delle piante,
E cuor giammai tremante.
Datemi la vostra spada, disse Gianforte.
Poi si rivolse alla regina e vedendo che sul petto le scintillava una stella di diamanti, disse:
Datemi la vostra spilla.
Il re e la regina ubbidirono.
E la testa di gigante? chiese il re.
Andr a prendermela.
E il fuoco delle piante?
Anche per quello ci penser io.
E il cuor giammai tremante?
Quello lho gi e non ho bisogno dandarlo a cercare.
Ebbene, che il cielo taccompagni, e se liberi il mio regno da simile sventura, ti do la mia corona e la mia figlia pi bella per sposa.
Gianforte prese la spada del re, la spilla di diamanti della regina e se ne and ripetendo fra s la predizione delloracolo per non dimenticarla, e diceva mentre camminava:
Spada di regnante,
Luce di diamante,
Testa di gigante,
Fuoco delle piante,
E cuor giammai tremante.
Sapeva che la prima figliuola del re era stata rapita da un verme, dunque doveva essere sotto alla terra. Perci quando si trov davanti ad una grotta vi entr, ma ad un certo punto trov un gran masso che gli impediva la strada, e non poteva pi andare avanti.
Egli non si sgoment, diede un pugno formidabile a quel masso che si spacc in cento pezzi; cos pot passare e andare avanti.
Ad un certo punto egli incontr una quantit di bisce che gli si attorcigliavano intorno alle braccia, alle gambe, al corpo, ed una pi grossa di tutte gli si avvolse intorno al collo e lo avrebbe strozzato se non fosse stato pronto colla spada del re a tagliarle la testa. Cos fece con tutte le altre, e quando le vide morte e stese a terra le annod tutte insieme, form una lunga corda, ne attacc un capo ad un sasso e disse:
Cordicella stretta e spessa,
Va a trovar la principessa.
E la cordicella sallungava sallungava, ed egli sempre dietro finch giunse in una specie di antro buio buio, dove non penetrava raggio di sole.
Egli si ferm non sapendo da che parte voltarsi, perch le biscie che gli servivano di guida non le vedeva pi. In quella ud uscir dalla grotta una voce che si lamentava e diceva:
Mamma mia, cosa fai,
Che mi lasci in mezzo ai guai?
Babbo mio, cosa fai.
Che di me piet non hai?
Doveva essere la principessa.
Vengo a salvarti, disse Gianforte.
Va via, disse la principessa, altrimenti il drago ti manger come ha mangiato gli altri.
Ma Gianforte si fece innanzi pieno di coraggio e vide davanti a s un drago che vomitava fuoco.
Che cosa vuoi? disse il drago.
La principessa.
La principessa non va via.
Finch  sotto alla guardia mia.
Quelli che cercano la principessa.
Avranno tutti la sorte stessa.
E aperse la bocca e fece per mangiarlo.
Se Gianforte avesse tremato era finita, ma egli non tremava per cos poco e in un lampo cacci in gola al drago la spada del re.
Lincanto era rotto e il drago cadde ai suoi piedi dicendo: Me lhai fatta!
Hai la spada dun regnante,
E non hai il cor tremante.
Ti dar la principessa, ma almeno lasciami vivere.
Ma Gianforte, che temeva dessere ingannato, diede un colpo cos forte al drago, da farlo cadere a terra morto. Poi prese fra le braccia la bella principessa, e la port fuori della grotta. Ebbe un bel da fare, perch trovava sempre ostacoli sul suo cammino: ora un gruppo di bisce, ora serpenti, ora pipistrelli.
Ma quando vedevano la spada del re cadevano tutti affranti ed egli poteva andare innanzi.
Quando usc dalla grotta condusse la principessa in casa di una contadina e le disse:
Aspettami qui finch torni dal salvare le tue sorelle, dopo vi condurr tutte insieme dai vostri genitori; ma guai se dici che sei la figlia del re! Dovresti stare ancora sette anni senza vedere i tuoi genitori.
La principessa promise di tacere ed egli continu la sua strada per andare in cerca della seconda principessa.
Gianforte sapea che laveva rapita un pesce, dunque doveva essere in fondo al mare.
Egli era famoso nuotatore e poteva resistere delle giornate intere nuotando in mezzo alle onde. Quando fu giunto in riva al mare, trov che cera una forte burrasca e le onde salivano in alto come montagne, ma egli non ebbe paura e vi si slanci dentro.
Nuota, nuota, nuota, il mare era grande, era agitato e non poteva trovare la principessa; aveva gi nuotato tutta la notte, e i pescicani si attaccavano coi denti alle sue gambe per divorarlo, ma egli con un calcio li ricacciava in fondo al mare.
E nuota, nuota, nuota. Ad un certo punto ud una voce che veniva dal profondo del mare e diceva:
Mamma mia, cosa fai.
Che mi lasci in mezzo ai guai?
Babbo mio, cosa fai.
Che di me piet non hai?
I pesci non parlavano certo, dunque doveva essere la principessa.
Gianforte si cacci sottacqua e cominci a nuotare verso il posto donde usciva la voce.
Quando fu ad un certo punto vide un animale strano che aveva la faccia di donna e il corpo di pesce, era una specie di Sirena, che gli disse:
Chi cerchi?
Cerco la principessa.
La principessa non va via.
Finch  sotto alla guardia mia.
E Gianforte le fece vedere la stella di diamanti che teneva nascosta in mezzo alla barba.
A quella vista, gli occhi della guardiana rimasero abbagliati al punto che, immersa nella contemplazione dei diamanti, ella perdette ogni sentimento, e Gianforte senza perder tempo, nuot in cerca della principessa, che stava rinchiusa in una casa di spugne; la prese in collo e via nuot con lei prima, che la guardiana si riavesse dal suo stupore. Anzi ad un certo punto, quando saccorse chessa linseguiva, le gett la stella di diamanti e via ancora pi in fretta colla sua principessa, finch giunsero sani salvi a terra.
La condusse nella casa della contadina dove avea condotta laltra principessa e le disse: Ora sta qui finch ritorno collaltra tua sorella, e dopo vi condurr tutte e tre insieme dai vostri genitori; ma guai se dici che sei la figlia del re! Staresti ancora sette anni senza vedere la tua famiglia.
La principessa promise di tacere e Gianforte part in cerca della terza figlia del re.
Sapeva che laveva rapita unaquila; dunque doveva essere in alto e cominci ad arrampicarsi sulle pi alte montagne. Ma quando era giunto alla cima duna montagna ne vedeva unaltra ancora pi alta, e poi gli dava pensiero il dover prima andare in cerca della testa dun gigante e del fuoco delle piante, come era stata la predizione delloracolo.
A furia di arrampicarsi su tutte le montagne ne vide una pi alta, tutta circondata di vulcani, che gli dissero essere labitazione di un gigante, che spargeva la desolazione nei paesi vicini.
Quando alcuno si smarriva in quelle montagne egli stendeva le sue immense braccia lunghe lunghe parecchie leghe e lo ghermiva, oppure apriva la sua bocca grande grande come una caverna e se lo mangiava in un boccone.
La principessa doveva essere in quelle, vicinanze, forse sotto la guardia del gigante, e Gianforte and avanti senza tremare.
Quando fu ad un certo punto vide uscire da una grotta un braccio lungo e una mano che savvicinava per ghermirlo.
Egli tir fuori la spada del re e con un colpo tagli quella mano.
Il moncone del gigante grondava sangue e mano mano che si spargeva sulla terra ne uscivano dei nani che saltavano dalla gioia e ringraziavano Gianforte di averli liberati.
Ma il gigante era pi feroce di prima e spalancava la gran bocca per far di Gianforte un sol boccone.
Egli sentiva gi lalito del gigante che gli soffiava in faccia come una vampa di fuoco: ma non trem n si sgoment. Si guard intorno per vedere se trovava unarma per difendersi perch la spada era gi spezzata; pens alla predizione delloracolo e in un batter docchio sradic uno dei pi alti alberi che aveva presso di s. Lo sollev come se fosse stato una paglia, cacci i suoi rami nel cratere dun vulcano che aveva vicino; lalbero saccese come un zolfanello e divamp in una bella fiammata. Poi lo cacci cos infiammato nella bocca aperta del gigante il quale diede un urlo che fece tremare tutta la montagna e spir.
Gianforte gli tagli la testa.
Dal sangue che grondava nacquero altri nani che cominciarono a saltare e cantare e ad arrampicarsi sulla testa del gigante, come se fosse una montagna. Erano tanto carini quei nani grandi come sorcetti col berrettino rosso e gli stivaletti neri! e cantavano:
Tu sei grande e noi piccini,
Tu sei morto e noi siam vivi,
 una bella e lieta festa
Che facciam sulla tua testa.
Quando si furono un po calmati, Gianforte chiese loro se avessero notizie di una principessa stata rapita da unaquila.
 su quel pino, dissero, alto pi di tutti, al quale non si pu salire che montando sulla testa del gigante: per per vederci meglio devi accendere tutti gli altri alberi, perch  ormai venuta la notte.
I nani aiutarono Gianforte a rotolare la testa del gigante fino ai piedi del pino pi alto, che sinnalzava proprio sulla cinta della montagna, poi accesero un pino in un vulcano e con quello accesero tutti gli altri in modo che formarono una splendida illuminazione. Gianforte poi sal sulla testa del gigante, e mano mano che saliva, udiva una voce che diceva:
Mamma mia,cosa fai,
Che mi lasci in mezzo ai guai?
Babbo mio, cosa fai.
Che di me piet non hai?
E nello stesso momento, illuminata dai pini ardenti, gli apparve sulla cinta del pino pi alto, in mezzo a quei rami di un verde cupo, una fanciulla cos bella come non ne aveva mai vedute, e per la prima volta in vita sua cominci a tremare tanto da non poter pi andare avanti; ma i nani che saccorsero della sua agitazione continuarono a gridare:
Chiudi gli occhi e non tremare,
Se la bella vuoi salvare.
Infatti, se avesse aspettato un minuto, laquila veniva a portarla via.
Gianforte chiuse gli occhi e la principessa cadde nelle sue braccia; e guidati dai nani entrarono in una grotta dove essi avevano preparata una cena squisita.
Ora che hai ucciso il gigante siamo noi i padroni della montagna e siamo felici di invitarvi a casa nostra, dissero, mentre facevano gli onori della loro grotta.
Ma Gianforte era impaziente di ricondurre la principessa in casa dei suoi genitori, tanto pi che strada facendo doveva passare a prendere le altre sorelle.
Mentre essi viaggiano, andiamo a vedere che cosa era avvenuto delle due altre principesse.
Appena la prima fu in casa di quei contadini, essi volevano che andasse insieme a loro a coltivare la terra. Ma essa rifiut. Poi le davano cibi semplici, troppo semplici per la sua condizione, ed essa ricusava di mangiare.
Infine non sei poi una principessa! dicevano quei contadini.
Essa non pot pi tacere e rispose:
Principessa sono e da principessa voglio essere trattata.
Le anitre, che stavano nel cortile dicevano nel loro linguaggio:
Taci l, taci l, taci l.
Ma essa seguitava a dire:
Principessa sono e da principessa voglio essere trattata.
E le anitre a ripetere: Taci l, taci l, taci l.
...
Ed essa: Principessa sono e da principessa voglio essere trattata.
Allora quei contadini le diedero una bastonata, ed essa divenne unanitra e dovette andare nel cortile insieme alle altre a dire: Taci l, taci l, taci l.
Quando venne laltra sorella fu la stessa cosa.
I contadini volevano che andasse a lavorare nei campi, ed essa non voleva; poi le volevano dar da mangiare gli stessi cibi, ed essa ricusava di mangiare.
Hai tante pretese; infine non sei mica la figlia del re!
Allora non pot pi tacere e disse:
Sono la figlia del re, e da figlia di re voglio essere trattata.
I colombi che tubavano nel cortile dicevano:
Taci tu, taci tu, taci tu.
Ma essa continuava a dire:
Sono la figlia del re, e come tale voglio essere trattata.
Allora quei contadini presero un bastone e le diedero un colpo sulle spalle, ed essa subito si trasform in colomba e and in cortile a tubare come le altre.
Quando giunse Gianforte colla terza principessa e chiese notizia delle due che aveva lasciato l qualche tempo prima, quei contadini gli diedero unanitra e una colomba. Allora egli cap che non avevano potuto conservare il segreto, e disse alla terza principessa:
Io devo andare dai miei fratelli, intanto resta qui, verr a prenderti fra un mese; ma bada bene di non dire che sei la figlia del re, ricrdati che se mi tocca aspettare sette anni prima di sposarti, morir dal dispiacere.
Infatti era tanto innamorato della principessa, che quando la guardava negli occhi tremava come una foglia, lui che non aveva mai tremato in faccia ai pi grandi pericoli.
...
Poi prese lanitra e la colomba e le port a casa dei suoi fratelli.
Trov Bello, sempre pi innamorato della sua bellezza, che si contemplava in uno stagno. Quando questi vide il fratello gli corse incontro e gli disse:
Benvenuto, Gianforte, mhai portato la sposa?
S, eccola! e gli diede lanitra.
Non la voglio, disse Bello.
 una principessa ed  bella come il sole, per devi averne cura per sette anni; poi strappale unala e vedrai che bella fanciulla ne uscir; abbi pazienza e da qui a sette anni ti dar un regno.
Poi and a cercare suo fratello Savino. Lo trov seduto davanti al tavolino, che leggeva un librone grosso grosso.
Egli alz gli occhi e disse:
Benvenuto, Gianforte, mhai portato la sposa?
Eccola! disse pronto Gianforte, e gli diede la colomba.
Savino non la voleva, ma Gianforte lo assicur che era una principessa saggia come Minerva; ne avesse cura perci per sette anni, poi le strappasse la coda e vedrebbe.
Savino lo ringrazi e promise di averne cura.
Gianforte disse:
Ora me ne vado, da qui a sette anni ritorner e ti dar un regno. Poi and ad abbracciare i suoi genitori, ai quali voleva pure promettere un regno, ma essi dissero che si sarebbero contentati di una bella casa per poter finire tranquillamente la loro vita.
Poi part, perch era impaziente di vedere se la sua principessa avesse parlato.
La trov che lavorava tranquillamente la terra, pi bella che mai, vestita da contadina e le disse:
Principessa mia, vedo che sei bella e saggia e chio sono fortunato di poter avere una sposa come te.
...
Intanto il re, che era stato avvertito, con un messo, che le sue figlie erano salve e che il suo regno era liberato per sempre da ogni flagello, fece preparare i pi belli equipaggi per andare incontro al suo liberatore.
Lo incontr fuori delle porte della citt e non gli parve vero dabbracciare la sua figliuola prediletta, che ormai doveva sposare il valoroso Gianforte. Seppe la sorte che era toccata alle altre due figliuole e disse:
Non hanno saputo tacere, dunque se la sono meritata; aspetter sette anni prima dabbracciarle: so che sono in buone mani.
...
.
...
Intanto Bello e Savino stavano tutto il giorno ad accarezzare luno lanitra e laltro la colomba, e desideravano con impazienza che venisse il momento di vederle nel loro vero essere; e ogni anno che passava mormoravano con un sospiro: un anno di meno da aspettare.
Bello era il pi impaziente, Savino invece predicava che ogni tempo arriva, e che il tempo  galantuomo; Gianforte, che tremava soltanto davanti alla sua sposa ma era coraggioso alla presenza dei nemici, conquist due regni a lui vicini. Uno fu destinato a Bello e laltro a Savino che, passati i sette anni, arrivarono colle loro principesse. Quella di Bello era bella come il sole, quella di Savino era saggia come Minerva; ma quella di Gianforte era bella, saggia e buona. Perci ad essi tocc il regno pi grande e pi bello; quello che aveva appartenuto al padre delle principesse, il quale si ritir colla regina in un castello a finire in pace la vita; e in un castello vicino si ritirarono i genitori di Gianforte, i quali non potevano credere alla loro felicit di avere figliuoli che possedevano un regno ciascheduno.
...
Da quel momento il Regno del dolore si cangi in un Regno di gioia; e se in quello di Bello cera troppa vanit, se in quello di Savino erano tutti troppo saggi, in quello di Gianforte regnava lallegria, il benessere, la pace, perch la fama del suo valore e del suo coraggio era sparsa per tutto il mondo e nessuno avrebbe osato fargli la guerra; cos vissero tutti in pace per molti anni e colla pi perfetta allegria. Ed ora, miei figliuoli,
Larga la foglia e stretta la via,
Dite la vostra, che ho detto la mia.
...
.
...
FINE.